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Più forte la voce dei naviganti per superare la sordità di Roma

di Gianmichele Pau da Vita e Mare

Piegati da anni di solitudine e indifferenza, feriti dal silenzio insopportabile di chi decide, il presente dei marittimi italiani è un viaggio travagliato tra le stoccate di una crisi economica che non concede tregua, le ansie e le fatiche di un mestiere che diventa ogni giorno di più ostico e ingrato.

Portare a casa il pane è diventato così negli anni un’impresa da guinness dei primati, con un sovraccarico di ansie e incombenze inutili a fronte di un lavoro che è una scelta di vita compiuta a costo di privazioni, sacrifici e un’invidiabile forza d’animo. Una forza d’animo che è la vera cifra della categoria, ma che in ogni caso non è un regalo del cielo, dunque né eterna né immutabile.

Per scattare un’istantanea della situazione in cui versa la marineria italiana abbiamo parlato con l’esperto di sicurezza, istruzione marittima e formazione Nicola Silenti. Figura d’indiscussa competenza, oltre agli incarichi prestigiosi su mandato delle istituzioni nazionali, da anni Silenti è un attento studioso delle problematiche del personale navigante e della controversa normativa che ne regola, o meglio ne complica, la dignitosa e poco rispettata vita professionale. Figlio della “gavetta” da Capitano di Lungo Corso alla carriera nel corpo delle Capitanerie di Porto, oggi ricopre il ruolo di responsabile nazionale del Collegio nazionale dei Capitani di L.C. e di macchina per l’istruzione, formazione e aggiornamento degli ufficiali della Marina mercantile italiana.

Ammiraglio Silenti, qual è a grandi linee lo stato dell’arte del comparto marittimo?

Oggi la situazione del comparto marittimo è senza dubbio quella di un universo virtuoso dell’economia nazionale, capace di mostrare a tutti i livelli una grande vitalità con punte d’eccellenza nella cantieristica, nello shipping e nella mobilità sostenibile. In generale anche il settore crocieristico lascia intravedere interessanti segnali di crescita, ma è il trasporto delle persone e delle merci che sembra essere sempre più la consacrazione della vocazione marittima del Paese. Una consacrazione che tuttavia attende ancora di essere assecondata in modo adeguato da una valida rete infrastrutturale, ma che soprattutto può e deve ripercuotersi in termini di nuova occupazione, il vero tasto dolente di tutta l’economia italiana. E’ il lavoro che deve ripartire: sia in termini di qualità per chi è già occupato e non si sente sicuro del proprio posto di lavoro, sia per chi è ancora ai margini di questo mondo e reclama il sacrosanto diritto di accedervi.

Il lavoro, quindi. E poi, di quali mali soffre oggi la marineria italiana?

Posso affermare con serenità e senza tema di smentite che nessuna categoria professionale ha conosciuto in Italia un trattamento analogo a quello riservato dallo Stato ai lavoratori del settore marittimo. Un trattamento quotidiano che appare troppo spesso un concentrato di disinteresse e di indifferenza, ma che soprattutto è un inno irremovibile alla burocrazia.

A che cosa si riferisce in concreto?

Faccio un solo esempio, che però racchiude tutte le storture che denunciamo inascoltati da anni. Mi riferisco alla frequenza obbligatoria dei corsi direttivi per comandanti e direttori di macchina introdotta da una circolare del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Un’imposizione riservata a migliaia di lavoratori qualificati, competenti ed esperti tutti già in possesso del titolo professionale eppure obbligati a seguire dei corsi di studio concepiti al solo fine di poter continuare a lavorare.

Chi difende i lavoratori del settore?

Ho conosciuto e conosco tanti sindacalisti che fanno un grande lavoro e lo fanno al massimo delle proprie possibilità, ma è del tutto evidente che i marittimi italiani si scontrino da troppo tempo contro un muro di disinteresse e di freddezza cieca: una vera e propria barriera opposta per lo più da un mondo politico istituzionale che troppo poco ha fatto per risolvere i problemi.

Perché a suo avviso è stato possibile che accadesse questo?

Per buonafede e ingenuità, per il poco tempo di cui dispone chi ha tanto da lavorare, per l’impreparazione di chi avrebbe dovuto tutelare il comparto e in troppi casi ha avuto la pretesa di farlo senza nemmeno approfondire le questioni. Questo è un mondo dove il lavoro è duro e porta via molto tempo, spesso lontano da casa, e pensare di poter essere sempre sul pezzo è una pura utopia. Così in tanti hanno approfittato della situazione. Ma anche noi abbiamo le nostre colpe, rinchiusi ciascuno nel proprio orticello senza capire per tempo che invece siamo tutti, è proprio il caso di dirlo, sulla stessa barca.

Come giudica la manifestazione dello scorso 17 marzo? E i risultati ottenuti?

Non è stato certo un successone, come dimostrato dalle poche centinaia di partecipanti, a cui va in ogni caso il grazie di tutti per una presenza che da sola è stata un gesto di amore e di appartenenza verso tutta la categoria. In ogni caso, una mobilitazione nazionale andava fatta tanto tempo fa coinvolgendo per tempo tutti. Quanto ai riscontri ottenuti, fino a prova contraria si tratta delle solite parole, ancora parole, sempre parole. Spero di essere smentito su tutti i fronti, ma è ormai chiaro che i marittimi sono stanchi di sentirsi blandire da chi invece ha potere di intervento. E’ tempo di dare un seguito alle parole, è un diritto sacrosanto guadagnato col sudore.

Che cosa manca, a suo avviso, alla categoria dei marittimi rispetto ad altre realtà lavorative?

Il male più grande è l’incapacità di fare sistema, di saper compattare le varie anime e le varie componenti del nostro mondo quando si tratta di fare le vertenze con le istituzioni: e questo vale sia per la nostra forza lavoro che per la categoria degli armatori, spaccati anch’essi tra dispute interne e contenziosi vari.

Io sono convinto che il nostro punto di forza, la vera nota discriminante è e sarà la preparazione, la competenza e il patrimonio di esperienza della nostra forza lavoro: in fondo è così da sempre, ed è quello che ha consentito alla marineria italiana di costruirsi una tradizione e una reputazione che in tanti ci invidiano.

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