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Procida: Il mare e la vita

peppino pauliedddi Giuseppe Ambrosino di Bruttopilo

Era il 28 luglio del 1965 e quella mattina dovevo recarmi a Napoli per conoscere l’esito del mio esame di maturità. La sera precedente, intanto, i miei amici mi avevano proposto una bella giornata al mare, se il tempo lo avesse permesso.

E quella mattina si presentò una giornata stupenda  con un mare calmissimo.

E tra i miei amici c’era anche Francesca , la ragazza con cui simpatizzavo.

Non ebbi esitazioni. Difronte a quel meraviglioso spettacolo che mi offriva la natura e  pensando alle occasioni che  avrei perso, decisi di  rimandare ad altro giorno la conoscenza del risultato  dei miei esami  e mi trattenni a Procida.

Lontanamente immaginavo,  nel fare tale scelta, che  quel giorno uguale a tanti altri,  sarebbe stato per me una giornata particolare, da ricordare per tutta la vita, per  il tragico evento che si verificò e che ebbe come protagonista il mare.

Una volta deciso di non andare a Napoli, mi detti da fare per scovare i miei amici.

E  nell’intento dovetti andare casa per casa, perché nessuno di loro all’epoca possedeva il telefono.

Ci ritrovammo in cinque, io,  Egidio ,Rocco, Liberina e Francesca e  fummo tutti d’accordo per un’escursione a Punta Solchiaro.

Qui oltre  a godere di un mare favoloso, avremmo sicuramente raccolto le immancabili  patelle e gustato qualche riccio, e poi se fortunati, scovato qualche mucchietto di cozze.

Ci dirigemmo  perciò verso una zona particolare di Punta Solchiaro, denominata “sott’ ‘a colonna”, ( il nome deriva  da una vecchia pietra miliare posta al sommo dello strapiombo), dove sapevamo ci fossero molte cozze.

Come armamentario di pesca, avevamo portato, ciascuno un coltello da cucina e  un   canestro di canne . E una sola maschera, quella dello zio di Egidio, soltanto per visionare i fondali. L’avremmo usata a turno, ma soltanto per lo sfizio della novità, perché il  mare era così limpido e  trasparente, che ad occhi aperti sott’acqua riuscivamo  a scrutare  tutto il tormentato fondale. Un fondale meraviglioso ,costituito da un’ ampia piattaforma piena di luce  e ricca di alghe, interrotta   da stretti e profondi canaloni, dove la luce del sole non riusciva a penetrare, e che a noi che stavamo in superficie , benché  a distanza  di molte decine di metri, incutevano un misterioso terrore.

Dentro quei canaloni, i pescatori anziani sostenevano, che vivessero  numerose  cernie.

Noi  ci mantenemmo strettamente a riva e se  qualcuno di noi ebbe   la fortuna di usufruire della maschera, si  limitò a visionare soltanto dall’alto lo stupendo scenario subacqueo.

Attorno a noi  numerosi saraghi, occhiate, e  salpe volteggiavano tranquilli, e nuvole di “guarracini neri” , “pettini” e altri pesci variopinti, ci avvolgevano ogni qualvolta sgusciavamo un riccio.

E nel mentre col pugnale  staccavamo dagli scogli cozze e patelle, qualche polpo nascosto tra di esse  si attaccava alle nostre mani. Lo lasciavamo andare, perché  quegli occhietti innocenti ci facevano tanta  tenerezza.  In fondo,  a noi interessava più che la pesca, il godimento di quell’acqua stupenda, dove tra tuffi, “calate” ed abbracci furtivi il tempo sembrava che si fosse fermato.

Verso mezzogiorno giunse scoppiettando una barca dalla Chiaiolella con alcuni  giovani a bordo e si ancorò proprio al di sopra  di un canalone.   Due giovani che già  indossavano una muta nera , ben presto si armarono di fucile e pinne e si tuffarono. Dietro le spalle  reggevano due bombole gialle, che  noi vedevamo per la prima volta, anche se sapevamo che servivano per respirare sott’acqua. Noi abituati a scendere sott’acqua senza pinne e senza  occhiali, trattenendo solamente il respiro, restammo a quella vista nello stesso tempo incuriositi e preoccupati, perché sapevamo che in tale esperienza di pesca qualche volta  c’era scappato il morto. Soltanto  io , preso dalla curiosità, indossai la maschera e accompagnai con lo sguardo  quegli strani uomini vestiti da pesce, mentre filavano decisi dalla superficie al canalone, finché  vidi uno di loro  scomparire nel buio di esso.  L’altro si aggirava all’esterno della tana. Ogni tanto una bolla d’aria fuorusciva dalla cavità e procedeva velocemente verso la superficie. Il segno tangibile che quell’uomo là sotto era vivo.  Ad un certo punto vidi entrare anche il secondo subacqueo e poi non vidi altro che bolle, che esalando dalla caverna, salivano  a ritmi regolari verso la superficie.

Saziata la mia curiosità, passai la maschera agli altri amici, ma ben presto il nostro interesse diminuì, perché uno alla volta i due pescatori erano risaliti. Che cosa avessero pescato non ci interessò un granché. Certamente in seguito si saranno tuffati di nuovo, saranno di nuovo entrati  nella caverna, avranno  rimandato  nuove bolle in superficie, saranno discesi a loro volta anche quelli che erano  rimasti sulla barca, ma a noi la loro presenza ad un certo punto  non interessò più di tanto. Continuammo nel nostro divertimento.

. Verso l’una e mezza il silenzio del posto fu rotto da disperate grida d’aiuto. Vidi  un giovane con la muta nera  tuffarsi verso il fondale. Poco dopo  sentii  lo scoppiettio di un motore e vidi  la barca  puntare verso la Chiaiolella. E poi un silenzio assoluto. Al posto della barca soltanto un pallone di segnalazione. Guardai attraverso la maschera il profondo blu. Niente vidi se non una sagola bianca pendente dal pallone,  che  tremolava nell’acqua trasparente.  Ricordai che il  subacqueo non era più risalito. Stava ancora là sotto?. E le bolle d’aria? Nessuna bolla d’aria aleggiava nell’acqua a testimoniare la Vita. Fui preso dal panico.

Intanto  la barca di prima  tornava dalla Chiaiolella con molti più uomini a bordo.. A nuoto mi avvicinai  ad essa e venni a conoscenza della triste notizia.  Quel subacqueo che avevo visto tuffarsi  poco prima e non era più risalito,  era sceso perché preoccupato per  un altro  subacqueo che a sua volta era rimasto là sotto intrappolato nel canalone.

Ora avevano chiesto aiuto per tentare di recuperarli entrambi.  Recuperarli, pensai, ma certamente non li avrebbero trovati vivi.  Nessuna bolla veniva fuori da quella misteriosa e buia caverna. Un brivido mi attraversò la schiena. Come era possibile che un mare così generoso avesse potuto rubare in un istante la loro vita? E volli illudermi sperando che il mio presagio fosse sbagliato.

Tornai a terra, informai gli amici. Non avemmo più il coraggio di divertirci. Raccogliemmo i panieri con i frutti di mare e ritornammo mogi mogi verso casa ripromettendoci di ritornare in seguito alla Chiaiolella  per conoscere  l’esito delle ricerche.

Io non mangiai neppure. Inforcai la bicicletta e mi diressi verso il porticciolo. Appena sbucato  dalla strada polverosa del “muraglione”  mi  diressi verso la banchina dinanzi al bar. Qui sui basoli erano riversi supini,  con la faccia rivolta verso il cielo,  due giovani allineati e con le braccia protese uno verso l’altro come per darsi la mano.  Indossavano entrambi una muta nera.   Scuri e scompigliati erano anche i capelli, che incorniciavano un volto abbronzato e disteso, su cui spiccava  un sorriso beato. Un sorriso che doveva  inneggiare  alla vita, ma che in questo caso era fermo ed eterno come la morte. Le palpebre abbassate sugli occhi davano l’illusione che quei due corpi dormissero e sognassero. Ma erano morti. E la vita, dove era la loro vita?. Forse  lì, in fondo al mare. L’aveva rubata il mare? Ma perché?

Commosso mi girai di lato e fui sorpreso di ritrovarmi accanto Francesca .L’abbracciai e anche senza conoscere il perché della vita, credetti in quell’istante che stavo abbracciando la Vita.

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2 commenti

  1. Un racconto coinvolgente dalla quale traspare una grande sensibilità,e quella “speciale” capacità di entrare in quello che accade nella nostra vita dandogli un “senso”. Nulla accade x caso !!!
    Voglio ringraziarla Signor Ambrosino x questa condivisione
    Le porgo i miei saluti

  2. Grazie Giuseppe,
    Per la tua bella testimonianza , che arricchisce chi la legge , ma sopratutto incoraggia a non abbattersi mai d’innanzi agli eventi che la vita ci riserva, e a lottare sempre perché il bene e l’amore possano sempre trionfare attraverso i nostri gesti quotidiani, e tu in questo sei maestro .
    Grazie di cuore !
    Il segretario dell’Albano Francescano
    Claudio Saraino

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