Un’altra Italia. All’alba di un sogno di fine primavera

di Nicola Silenti da Destra.it

Non si dovrebbe mai rinunciare ai propri sogni. Strappare alla vita quotidiana e alle sue abituali follie gli indispensabili momenti di tregua, quegli impagabili spazi di libertà che aiutano a distogliere lo sguardo dalle solite ordinarie incombenze, ma soprattutto dal peso talora insopportabile della realtà e delle sue inderogabili, e troppo spesso imperscrutabili, regole. Per vivere davvero, un uomo dovrebbe sbaragliare le troppe amenità dell’ordinario e contrapporre alle leggi inviolabili della vita vissuta i propri desideri.

Mi capita spesso di sognare con sogni nitidi e altre volte vaghi. In fondo i sogni sono un modo per il  cervello di elaborare tutti i pensieri del giorno. Nel mio ultimo sogno vivevo in un Paese che si era ribellato alle storture della sua epoca infausta, padrone e artefice del proprio destino, passato in pochi anni dal destino ingrato di chi subisce gli eventi a un ruolo naturale di protagonista con un piglio virtuoso, un presidio di efficienza, laboriosità, dinamismo e creatività. Un Paese reale che aveva assunto i connotati di quello che avevo sempre immaginato e desiderato nel profondo della mia anima.

Questo Paese, da tutti chiamato Patria, aveva avuto uno scarto di orgoglio e si era affrancato una volta per tutte dalla vecchia nomenclatura, incapace e corrotta, che ne aveva barattato la storia e le stigmate di grandezza in cambio del benessere opulento di una èlite menzognera e meschina adesso sconfitta.

Gli italiani avevano ricominciato a fare figli restituendo la fiducia nel futuro e la mestizia di un tempo aveva fatto posto alla baldanza delle nuove generazioni con una scuola tornata al compito di indicare loro la strada, insegnando cosa eravamo stati e adesso cosa volevamo essere.

La salute era diventata finalmente un diritto. Un diritto per tutti, nessuno escluso e a distanza di 51 anni nel campo della sanità e, non solo, il regionalismo con il suo fallimento aveva generato la necessaria riforma.

L’Italia era di nuovo un Paese sicuro, il lavoro delle sue forze dell’ordine riconosciuto e rispettato da tutti, la legge osservata e onorata.

Il popolo aveva riscoperto l’orgoglio della propria identità. Le tasse percepite in una nuova equità, e la burocrazia finalmente divelta come ogni altro orpello inutile. Il Paese era tornato alla fierezza della sua impareggiabile manifattura, del suo artigianato ineguagliabile e ineguagliato, della sua industria intraprendente e capace e della sua formidabile macchina di cultura e turismo.

Nel governo del Paese erano state raccolte le migliori menti ed energie a disposizione che guardavano lontano con una reale visione del mondo. In questo sogno, i desideri e le speranze di questa primavera che si spegne divenivano realtà e l’Italia era tornata grande perché nessuno di noi aveva mai smesso di sognare.

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