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Gli italiani e il 2 giugno. Il paradosso di una festa per pochi

di Nicola Silenti da Destra.it

Settantuno anni portati malissimo. All’indomani delle celebrazioni per la festa della Repubblica del 2 giugno, quello che resta impresso negli occhi degli italiani come un sigillo indelebile è il volto sciatto e lo sguardo imbolsito e spento delle sue alte cariche istituzionali e dei suoi rappresentanti politici assiepati in via dei Fori imperiali. Tutti sprofondati sulle comode poltroncine del palco d’onore a mostrare al mondo il volto compiaciuto di un’Italia che esiste soltanto per loro. Per il loro ingiustificato e illogico stipendio, per la loro inaccettabile e ingiusta pensione, per la posizione assurda e il ruolo immotivato che ricoprono senza merito e senza credibilità alcuna. L’Italia autoreferenziale e arrogante delle processioni di autorità con annesso codazzo di portaborse e galoppini, l’Italia prepotente dei cortei di auto blu e il molesto corollario di sirene accese, l’Italia delle transenne invalicabili e delle corsie preferenziali, l’Italia delle scorte imponenti a protezione da minacce inesistenti. L’Italia dei discorsi ufficiali ridondanti di parole ipocrite e degli applausi a comando, dei volti fintamente contriti e delle lacrime di circostanza, l’Italia dei furbi e degli opportunisti ai posti di comando, epigoni provetti di una politica senza ideali ma con montagne di interessi da difendere, cataste di potenti da omaggiare, servire e riverire e caterve di tasche da riempire. L’Italia a misura di anniversari ,commemorazioni, ricorrenze e celebrazioni, richiamata dagli squilli di tromba del 2 giugno sul palco dei Fori imperiali a fare da insulso contorno ai drappi azzurri, ai nastri di raso e alle coccarde tricolori.

Un palco occupato in maggior parte da comparse, politici trombati, vecchie glorie, per applaudire distrattamente e controvoglia la parata di chi l’Italia la rappresenta davvero. La parata di quelli che l’Italia la portano sulle spalle ogni giorno, nel lavoro e nella vita, in Patria e in missione ovunque nel mondo, con dignità , onore, rispetto e i giusti titoli.

Quelli che l’Italia la celebrano e la difendono anzitutto con l’esempio, con la virtù di chi ha valori intoccabili da difendere, anche a prezzo della propria vita, in Patria e nel mondo.

Istituzioni e simboli intramontabili come le nostre forze armate e quelle di sicurezza, donne e uomini in carne ed ossa troppo spesso lasciati soli a combattere ogni giorno una guerra improba contro ingiustizie, disonestà e sodalizi criminali sempre più ricchi e potenti.

Settantuno anni fa, un referendum controverso e condotto ad armi impari sotto lo sguardo attento delle forze di occupazione decise per la svolta repubblicana del Paese e l’esilio della monarchia. Un referendum in cui non poterono pronunciarsi quasi tre milioni di connazionali tra prigionieri di guerra oltre confine, triestini, goriziani, bolzanini non rimpatriati, italiani delle colonie, profughi veneti e dalmati e chissà quanti altri, tra irregolarità dimostrate, sospetti di brogli e certificati elettorali mai pervenuti. Un referendum il cui esito più evidente fu un Paese per tanti, troppi anni diviso.

Oggi, l’Italia che ha preso parte alla parata del 2 giugno è come allora un paese diviso. Un Paese sospeso tra una spina dorsale virtuosa e un volto che non conosce vergogna. Un paese costretto al paradosso rituale di una parata in cui il meglio dell’Italia rende omaggio al suo peggio concedendosi ai suoi applausi di circostanza.

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