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Il Cristo morto di Procida

Cristo Mortodi Giacomo Retaggio

Conosci fin dall’infanzia, praticamente da sempre, la statua del Cristo morto eppure ogni qualvolta il tuo sguardo si sofferma su di essa, anche fugacemente, senti qualcosa nell’intimo. Ed ogni Procidano che sia tale dentro prova le stesse tue sensazioni. Perché? Ti chiedi. Poi rifletti che questa scultura, creata ormai quasi trecento anni addietro, è l’anima stessa di Procida ed ogni abitante di quest’isola la conserva gelosamente nel suo immaginario remoto e recente. Ed ogni padre la lascia in eredità ai figli come a voler creare un legame indissolubile tra le generazioni che si succedono. E’ una conoscenza che fai da piccolo e poi man mano crescendo si evolve, si matura, si stabilizza fino a diventare parte di te. E la sua immagine si affaccia prepotente alla tua mente allorché sei lontano dall’isola, navigante per i mari di questo mondo, specie in alcuni momenti, come il Venerdì Santo, quando sai che “il Cristo Morto” attraversa le vie di Procida tra due ali di folla. Ma da dove nasce il fascino di questa scultura? Forse dalla leggenda che la vuole opera di un carcerato rinchiuso nella casa di pena di Procida? Ricordi che da piccolo, quando la statua veniva trasportata in processione, tua nonna ti stringeva la mano e ti sussurrava: “Vedi, questa statua l’ha fatta un carcerato. E come è stato bravo!” E nella tua mente, come in quella di altri centinaia di bambini cui era stata detta la stessa cosa, si ingigantiva la figura di questo detenuto che, lì, nella penombra di una cella del carcere, sudando e forse bestemmiando, armato di scalpello e martello, ritraeva in un pezzo di legno le fattezze sofferenti del Cristo, forse ad immagine e somiglianza delle proprie. E deve essere stata propria questa somiglianza tra il dolore del Cristo e quello del carcerato che nell’immaginario popolare hanno fatto nascere questa leggenda. Tu ricordi che quando eri medico del carcere di Procida, durante la processione del Venerdì Santo,  Il “Cristo”, giunto davanti la porta dell’istituto di pena, veniva prelevato dai carcerati e portato da questi a spalla attraverso il piazzale interno. E solo il “Cristo “ entrava: sofferente tra esseri sofferenti, derelitto tra derelitti. Ti si stringeva lo stomaco a guardare la scena. Molti detenuti lungo le pareti del cortile o dalle inferriate delle celle in alto avevano il volto rigato di lacrime. E ciascuno di questi in quel momento, forse, si sentiva meno solo e meno emarginato. La statua, però ( e qui quasi ti dispiace sfatare la credenza popolare) non è stata scolpita da un carcerato bensì da Carmine Lantriceni, uno scultore napoletano del ‘700. Sulla base della statua si legge netta la scritta: “Neapoli 1728 Carminus Lantriceni sculptor”. Ora se pensi che il carcere fu istituito a Procida da Ferdinando II  di Borbone nel 1830 ti rendi conto che più di cento anni separano le due date. Ma chi era Carmine Lantriceni che ha realizzato questo capolavoro? Le fonti dell’epoca non dicono molto su di lui tranne che era un “pastoraio” come si evince dal rinvenimento presso l’archivio del banco di Napoli di alcune fatture a suo nome, per il pagamento ricevuto per la creazione di due pastori di presepe. Tutto qui! Esistono, però, sparse per Napoli e provincia altre sculture che per le loro caratteristiche sono riconducibili allo stesso autore. Il fatto di costruire pastori presepiali non deve trarre in inganno perché nel ‘700, a Napoli, l’arte del presepio era molto in auge ed anche artisti di calibro vi si cimentavano. Anche il Bottiglieri ed il Sammartini, autori l’uno del Cristo deposto nel duomo di Capua e l’altro del famoso Cristo velato della cappella Sansevero, non disdegnarono di creare pastori per i presepi della corte e della nobiltà napoletana. La scultura procidana fu ordinata al Lantriceni dalla Congrega dei Turchini per avere un’immagine da portare in processione e questo spiegherebbe il suo essere di legno e non di marmo come le due citate. Nel silenzio e nella penombra della chiesa osservi la statua: è un’immagine inquietante. Se non fosse che è un paradosso, trattandosi di un morto, diresti che quasi ti parla. E ti si rivolge con il linguaggio del dolore e della sofferenza umana. Forse non c’è nulla di divino in essa. O per lo meno così ti sembra. E’ l’immagine di un uomo martoriato, con profonde ferite,  vittima di una violenza inaudita. Eppure i suoi occhi semichiusi dallo sguardo spento, le sue labbra semiaperte, le sue membra abbandonate ti toccano nell’intimo. E lo fanno con una forza che va oltre la fisicità della scultura. E’ veramente la figura di Cristo che si è fatto uomo e si è fatto ammazzare per te. Per riacquistare la tua razionalità fai ricorso alle tue conoscenze di storia dell’arte: è una scultura barocca del 700 napoletano; è di un gusto spagnoleggiante sulle orme di Giuseppe de Ribera, il pittore iberico che a Napoli andava per la maggiore in quegli anni; rispetto al Cristo deposto in marmo del Bottiglieri ha il cuscino che regge la testa più basso e questo fa in modo che essa appaia più riversa all’indietro, conferendo una maggiore plasticità ed un maggiore senso di abbandono; è di legno policromo e pensi che è proprio la policromia a conferire alla statua la sua enorme espressività; ha una perfezione rappresentativa di muscoli, vene e tendini che riportano ad una grande conoscenza dell’anatomia del corpo umano da parte dell’autore. Pensi tutte queste cose e sei nel giusto. Ma poi rifletti e ti chiedi: bastano queste considerazioni a giustificare il fascino che emana da questa scultura? E se veramente Cristo si fosse servito dello scalpello di questo scultore per manifestarsi agli uomini in tutta la sua sofferenza patita per la loro salvezza?

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Un commento

  1. peppino ambrosino

    Il fascino della statua del Cristo Morto deriva proprio dalla convinzione di chi la osserva, che sia stato il Cristo stesso ad accompagnare la mano dello scultore. Ma anche se così non fosse, è comunque l’Arte, che servendosi della rappresentazione, ci fa comprendere una Verità a cui noi non potremmo mai arrivare, con la Ragione. E la penna del dottor Retaggio è stata certamente sorretta dall’arte, se noi, nel leggere il suo articolo, proviamo nel nostro intimo quel fascino inspiegabile.

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