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Procida. Savina Caylyn, un attesa lunga 8 mesi.

di Savina Dolores Massa dal blog Ana la Balena

Mancano due mesi e qualcosa a Natale. Due mesi esatti all’Immacolata Maria, madre delle Protezioni negli immaginari collettivi di chi crede e di chi no. Io non credo alle creature celesti, ma non escludo nulla, lasciando una possibilità all’insondabile. Infatti l’otto di settembre, quando qui nella mia città ci si accascia in preghiera al cospetto della Madonna del Rimedio, io un pensierino a lei gliel’ho soffiato, da casa. Madre, le ho detto, Non ti distrarre, c’è un mare doloroso, laggiù, nel Corno d’Africa.
Si sa che la Madonna ha molti impegni, e quindi non bisogna metterle fretta. Saprà lei scegliere le precedenze. La Madonna dell’otto di dicembre ha un debito nei miei confronti che io non ho scordato, ma noi qui, miseri mortali dobbiamo pazientare. Loro là, miseri mortali, dovranno pazientare per le clemenze celesti e per quelle terrene. Di chi parlo lo sanno bene coloro che mi leggono gli scritti di tutti questi mesi. Era l’otto di febbraio quando … Esattamente otto mesi fa. Questo numero 8 andrà giocato al lotto (anche il mese ottobre lo contiene),  per chi vorrà tentare la fortuna, se è il denaro a doversi considerare buona sorte. Per me non è così, anzi, ma non occorre parlarne, adesso. Qui si attende un ritorno, lo si sogna ad occhi aperti o con palpebre serrate nei letti, nelle sedie, nei vicoli, nelle piazze, nel pianto, nell’ammalarsi, nel ridere scarso, tra litigi o pacche sulle spalle. Si attende immaginando uomini monchi di otto mesi di vita vera che scendono su una banchina ingobbiti dal torto che è stato loro fatto: catene. Non avrò il coraggio di guardarli, nonostante ogni tentativo fatto per salvarli in tempo, il tempo che doveva impedire loro di sentirsi disprezzati nel valore. Ogni cosa fatta ha avuto un peso mediocre, infine, se oggi 8 di ottobre, loro non sono ancora tornati.

Vedersi bruchi di fronte a un elefante non è piacevole constatazione.
Ogni giorno speso a spiegare, raccontare, urlare, pretendere, blandire, tremare, raccogliere firme, implorare attenzione, umiliarsi di fronte a “chi poteva di più” è stato cancellato dal semplice fiato del pachiderma quando ha detto, Taci verme.
So che torneranno, e torneranno con il respiro, ma non perché noi abbiamo lottato per questo, torneranno perché l’elefante, magnanimo o annoiato, ha deciso che questo è il momento di restituirli (nove mesi dura una gestazione regolare: mi va bene anche un parto prematuro).
Se sarà vita pestata, disillusa, inferma, non ha importanza per un elefante. Se martellata da futuri incubi inimmaginabili, neppure. Se un mazzo di uomini zoppiccherà nel passo, d’ora in avanti, perché abituato all’onda perpetua, ancora meno. Non vedrà tutto ciò, l’elefante, intento a rimirarsi nel suo specchio.
Non li condurrà al loro destino da ricostruire e da combattere: soli come li ha lasciati fino ad ora. E se avranno paura del mare, chi li soccorrerà? L’elefante, del mare sa ben poco, preferisce pozzanghere di fango per sguazzarci. Si dice anche, Memoria di elefante. Quello di cui parlo io non è di quella specie conosciuta e stimata, è un’altra cosa, in realtà non è davvero neppure un elefante, ma solo uno con l’arroganza di potenza. La bestia di cui parlo, Memoria non ne avrà quando i marinai si guarderanno intorno, spalle all’acqua in sale, vedendo solo il niente che potranno fare se oramai uccisi per sempre dal mal di mare. Neppure l’Innocenza baciata sulla fronte della Bestia ha avuto peso.

Savina Dolores Massa, otto ottobre 2011

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