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Procida: la dissociazione.

di Michele Romano

Entrando nei meandri più scuri e profondi del vivere quotidiano e in special modo negli atteggiamenti e nei comportamenti delle variegate soggettività che compongono la collettività procidana, certamente non avulsa da ciò che accade nel mondo, emerge in modo sempre più consistente la figura del “dissociato” cioè la rottura di se stesso in due parti nette e contrapposte. Così si vede una mamma che, pur sapendo che suo figlio è un monello, lo nega con vigore sincero; si assiste a chi esce da una discoteca o da una festa dove ha bevuto un po’ troppo, sa di non essere in grado di guidare, ma afferma con ostinazione di stare benissimo; si notano sempre di più gli esponenti della politica di prima fila che, frustrati dal loro fallimento, sbraitano ai quattro venti le proprie dimissioni incardinati nella speranzosa convinzione che arrivi un fiume di gente a gridare di non andare via. C’è, poi, chi cammina per strada con le tavole delle regole, della legalità e, contemporaneamente, caratterizza la propria esistenza ribaltando completamente ciò che eventualmente sta scritto su quella cattedra volente. Ci sono tanti altri che davanti ad un improvviso acquazzone durante il quale saltano tutti i tombini delle strade, frutto di uno scellerato ed invasivo sistema fognario, voltano le spalle perché non condividono che la natura si scateni a rompere le uova nel paniere di una organizzazione dissennata e famelica del territorio. Ci sono, ancora, tante componenti scolastiche che contestano le linee guida del loro lavoro per cui non è vero il dovere di assolvere al compito di formare, di informare ed educare le nuove generazioni. Ci sono tanti operatori sanitari che denunciano con asprezza il fatto che la loro professione non ha niente da spartire con il testamento di Ippocrate perché la loro affinità elettive è meramente mercantile.

In altri termini il dissociato è bene espresso dal detto popolare: “tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare.”. Insomma troppi di noi sembrano trascorrere un ampio arco di tempo in una bolla che riflette una propria immagine fallace, frutto di una suggestione. Ed è proprio su questo terreno, cioè nel ricomporre un io e un sé consapevole, che bisogna costruire un cambiamento radicale della attuale crisi esistenziale in cui si è sprofondati, facendo sorgere un nuovo rinascimento della politica intesa non già come l’attuale svuotamento ma contenitore pregnante di significati, di valori, di visioni che diano senso e speranza al vivere delle future generazioni.

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