Viviamo in una realtà, come quella contemporanea, dove la rozzezza, la volgarità, l’insulto, l’aggressività, la minaccia, l’insipienza, la spocchiosità, la vanità sono tra gli aspetti apicali del vivere quotidiano e, di contrappasso, la cultura, non più intesa come elevazione dello spirito ma come elemento insulso che non offre da mangiare.
In questo, il nostro paese, è in prima fila. È sufficiente osservare il violento attacco che una parte di classe politica cialtrona, gretta, accattona, belluina ha condotto contro i senatori a vita Abbado, Cattaneo, Piano, Rubbia, figure di primo ordine nel campo scientifico-artistico tanto da mantenere ancora in alto la credibilità nel mondo dell’Italia, nonostante il marciume di questi anni invece di vergognarsi del disastro socio-economico creato anche a danno delle future generazioni. Ebbene, in questi momenti così bui per le relazioni umane bisogna dare fiato alla riflessione, alla profondità, all’arricchimento interiore attraverso lo scambio amorevole del dialogo in modo da mettere in moto un nuovo costume organizzativo del vivere comune. Così, senza fare voli pindarici e calandosi nel territorio in cui si vive (Procida), inviterei l’attuale classe dirigente, dalle cui meningi il massimo risultato che emerge è quello di emanare un bando per aprire un altro ristorante dentro la struttura ex macello, ad uscire dalla mediocrità in cui versa e invece di volare in alto e pensare alla costruzione di un terreno culturale (humus) su cui investire il progetto di un futuro degno delle prossime generazioni. Infatti, lentamente e costantemente in questi anni, come abitanti di questo splendido scoglio in mezzo al mare, non possiamo più definirci isolani ma isolati in quanto ciascuno è racchiuso nella propria muraglia cinese fatta di angosce, frustrazioni, paure, violenze e emarginazioni.