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Procida: Piazza dei Martiri

piazza martiri2di Giacomo Retaggio

“Il condannato, trattenuto a stento dai militari, mentre il boia armeggiava intorno a lui, si manteneva con la faccia ostinatamente rivolta a terra come se volesse ignorare la folla furibonda. Allora da un balcone si è udito un grido di donna, acuto che sopravanzava il clamore: “ ‘U viso! ‘U viso!”. Lo voleva guardare in faccia il condannato! Il boia l’ha preso per i capelli e gli alzato la faccia verso la gente. E qui si è scatenato il putiferio: urla, invettive, sputi, grida di “giacobbe”,” mmerduso”, “schifuso”! E gli altri a fare il coro e a battere le mani”.(Dal libro “ ‘U viso! ‘U viso!” di Giacomo Retaggio) Ti fermi a guardare la piazza: è rimasta la stessa di oltre duecento anni fa. Chiudi gli occhi ed alla mente si para davanti la stessa scena di allora e vedi lo spiazzo gremito di folla urlante, gente affacciata che si protende dai balconi circostanti, donne con l’abito della festa, quello alla “procidana” con ricchi ricami in oro sulla seta di San leucio e vaporosi crespi intorno ai capelli. Tutti sono in preda ad una frenesia di sangue, ansiosi di assistere ad uno spettacolo di morte. Cosa spinge questa gente a godere per l’impiccagione di loro simili rimarrà per sempre un mistero. Che cosa è che trasforma una massa di oneste madri di famiglia, di laboriosi contadini e pescatori, di gente pacifica fino ad allora in una accozzaglia di complici di un assassinio, ebbra di sangue ed ansiosa di assistere alle contorsioni spasmodiche prima della morte degli impiccati? E rivedi con gli occhi della mente questa piazza quel primo giugno del 1799. Era una magnifica mattinata di sole di inizio estate. Al centro dello spiazzo era stato eretto un palco con la forca ed il boia era venuto dal continente. Tutto era pronto per la messa in scena della liturgia della vendetta borbonica e del disonore inglese. Giorni prima era giunto sull’isola da Palermo, mandato da Ferdinando IV, il giudice Speciale con il compito di fare piazza pulita dei cosiddetti “giacobini repubblicani”. Aveva ricevuto l’ordine dal re di “fare molti caciocavalli” a Procida. L’espressione plebea ed irriverente si riferiva all’aspetto simile a questo formaggio che hanno gli impiccati dopo la morte quando sono ancora appesi. Sull’isola fu aperto un tribunale speciale che doveva servire anche per Ischia e Monte di Procida. Ancora una volta Procida si trovava al centro degli accadimenti della storia. Le impiccagioni di Procida erano le prime in senso assoluto e dovevano essere di esempio per tutti quelli che avevano aderito alla Repubblica anche a Napoli. Gli anglo-borbonici, dopo la battaglia persa da Caracciolo nel canale di Procida, erano sbarcati per prima sull’isola ed avevano dato subito dato il via al repulisti dei repubblicani  con arresti a centinaia e, non essendoci carceri abbastanza capienti, li avevano ristretti in catene sulle navi inglesi alla fonda nel porto. Cosa, questa, estremamente disonorevole per la flotta di Sua Maestà britannica, che si era sempre piccata di essere portatrice di civiltà e libertà, e del suo comandante, l’ammiraglio Nelson, che alcuni giorni dopo, a Napoli, pretenderà con forza  l’impiccagione dell’ammiraglio Francesco Caracciolo. Il giudizio della storia, ad onta di ciò che ne pensano gli Inglesi, su questo personaggio è decisamente negativo. Il suo comportamento e la sua avversione nei riguardi di Caracciolo pare che non fossero solo di natura politica, ma si basassero anche su fatti personali. Il Caracciolo era un bell’uomo, aitante,  affascinante nella sua divisa bianca e riscuoteva grande successo con le donne più belle e più  in vista del reame, compresa la regina Maria Carolina. Per contro Nelson non era proprio bello con un occhio ed un braccio mancanti e si rodeva di invidia. Ma non è la prima volta che la storia passa per il letto di una o più donne. Non ci si deve meravigliare. Si era stabilito in quei giorni a Procida un clima di terrore: bastava una qualsiasi denuncia anonima, una delazione ed un povero cristo veniva accusato di essere repubblicano ed imprigionato. Va a sapere, poi, se era vero o meno. Nel frattempo veniva imbastito il processo la cui sentenza, nella maggioranza dei casi era già scritta: o impiccagione o esilio con confisca dei beni. Questi ultimi, per decisione del re Ferdinando IV, sarebbero stati assegnati come compenso al delatore. E così quel primo giugno del 1799 furono impiccate dodici persone, undici Procidani e uno di Monte di Procida. E le vedi con la mente mentre vengono trascinate sulla forca tra due ali di folla sghignazzante e come ubriaca. E rivedi il boia passare il cappio attorno al collo di ciascuna e poi assicurarsi che sia morta tirando verso il basso il corpo appeso.  E senti gli evviva e le urla di giubilo della folla ad ogni impiccagione andata felicemente in porto. E vedi l’impiccato trascinato per terra fino alla chiesa della Madonna delle Grazie ed essere catapultato in una fossa comune separata dagli altri morti e sola per loro per non confonderli con quelli fedeli al re. E questo rito ripetersi per dodici volte. Una giornata intera trascorsa in questo spettacolo di morte. Uno degli impiccati tirato giù dalla forca dava ancora segni di vita ed un soldato chiese al giudice: “ Che dobbiamo fare?” “Scannatelo!” Fu la risposta di questi. Lo spettacolo di morte e di odio si ripeté dopo quindici giorni: questa volta vennero impiccati tre preti di cui uno di Ischia, Antonio de Luca, e due di Procida, Antonio Scialoja e Nicola Lubrano di Vavaria, curato dell’abbazia di S. Michele. I tre sacerdoti erano stati mandati dal re a Palermo per essere sconsacrati e ridotti allo stato laicale: Ferdinando IV sapeva benissimo che non poteva giustiziare dei religiosi, ma, una volta sconsacrati, nulla lo avrebbe più vietato. Dopo questo “gran macello di carne umana aperto in Procida (V. Cuoco)” la mattanza continuò nei mesi successivi a Napoli in Piazza Mercato a eterno scorno di questo re. La voce di un ragazzo che vanta la bontà del suo pesce ti riporta alla realtà: è una calda e luminosa mattina di giugno e ti sembra che gli avvenimenti che si sono verificati in questa piazza siano delle fole. Ma, poi, ti guardi in giro e ti accorgi che i basoli della piazza e le pietre delle case intorno ti parlano ancora di quei fatti di sangue e di  morte: basta solo saperli ascoltare.

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2 commenti

  1. Gabriele Scotto di Perta

    Un momento tragico per la nostra isola raccontato con perizia storica e senso scenografico dal caro amico e autore di “‘U Viso! ‘U Viso!”

  2. Davide Zeccolella

    Orrore borbonico… :-S

    Anche il povero san Gennaro, colpevole di aver compiuto il famoso miracolo durante il periodo della Repubblica Napoletana, fu considerato “giacobino”, declassato e sostituito da san Antonio!

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