In attesa che la politica italiana, dopo la forte scossa del risultato elettorale, dia un segnale significativo nella direzione di azzerare tutte le scorie che hanno ridotto il Paese in macerie con il berlusconismo e gli apparati conservativi di un sinistra che ha perso i rapporti reali con i cittadini, e con la speranza di non aspettare Godot ma qualcosa di concreto e pregnante di “Rinascita”, rivolgiamo la nostra attenzione sull’evento che caratterizzerà il mese di marzo, in modo rilevante, cioè l’apertura del Conclave per la elezione del Papa, dopo le stupefacenti dimissioni di Benedetto XVI. Tale rinuncia porta alla luce la crisi di fondo che assale una struttura ecclesiale, oramai da troppo tempo cristallizzata e dentro un pernicioso svuotamento. E così l’intera comunità mondiale si pone l’interrogativo se il futuro Papa potrà aprire una nuova aurora per la Chiesa Cattolica. Certamente non possono essere sottovalutate le drammatiche necessità della stessa che consistono, principalmente, in una gravissima carenza di vocazioni sacerdotali in tutto l’emisfero, per cui, dietro la facciata, si percepisce lo sgretolamento del Palazzo. Da ciò scaturisce che c’è bisogno di un Pontefice aperto alle problematiche poste dalla Realtà Contemporanea, che metta in pratica una democrazia vera, orientata sul modello del Cristianesimo degli albori. Pertanto non è più importante il Paese d’origine del nuovo Santo Padre ma il possedere l’amore per l’incarico, il che significa avere la consapevolezza e la determinazione di colmare la distanza sempre più abissale che separa la gente comune dalla struttura di governo della chiesa su questioni importanti sia interne, come il celibato dei preti, i divorziati, il sacerdozio femminile, la gestione dello IOR, i casi di pedofilia, etc., sia esterne come l’approccio con la diversità, con i fondamentalismi
Conclave
La Chiesa chiamata a dare risposte ad imbarazzanti ed aspri interrogativi.
Con il passare dei giorni sembra sempre più evidente che il gesto con cui Benedetto XVI ha posto fine al suo pontificato, non è quello di rinuncia ma in realtà l’opposto ovvero un segnale di governo di notevole dimensione coniugato ad un atto di alto magistero spirituale. Le sue dimissioni vogliono affermare con forte determinazione una ben definita de-sacralità della propria carica. Il contenuto teologico di essa (essere, cioè, il vicario di Cristo) resterà inalterata ma la modalità di designazione e d’esercizio assumono un’impostazione del tutto comune ed ordinaria. Infatti, se è possibile che il Papa si dimetta, allora anche altre novità sono possibili, partendo dal fatto che viene messo in discussione il modo d’essere della struttura centrale del governo della Chiesa con il sottoporla alla dura prova del tempo e della pochezza umana. Certamente tale struttura, negli ultimi tempi, ha offerto spettacoli alquanto penosi di cattivo costume, di calunnie, di giochi di potere, di ambizioni senza freno. Colpa delle regole in vigore nell’organizzazione curiale che il gesto del Papa sta ad indicare che possono e devono cambiare. Infatti, è cosa ancora possibile che l’elezione del Pontefice è un’esclusiva di un pugno di anziani oligarchi maschi nelle cui mani è concentrato il potere delle Congregazioni e per entrare in questa ristretta cerchi non si badi a nulla?
