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Il caso Iuventa: Poca solidarietà e tanto business

di Nicola Silenti da Destra.it

Incessante, insostenibile e al di fuori dell’umana sopportazione. Lo sbarco di migranti sulle coste della Penisola è ormai un fenomeno fuori controllo. Un’emergenza da tempo tracimata in un vero e proprio allarme sociale, con un carico ulteriore di ansia e di angoscia per i tanti italiani già messi a dura prova dai morsi di una crisi economica impietosa. Un clima di nervosismo e di tensione altissima inquinato dall’insopportabile cortina di ipocrisia dei benpensanti di sempre, pronti a tacciare di intolleranza, xenofobia e chissà cos’altro chiunque manifesti irritazione o contrarietà per un approccio arrendevole dell’Italia al fenomeno.

Una cappa di ipocrisia su cui sembrano avere finalmente aperto uno squarcio di luce le recenti dichiarazioni del procuratore capo di Catania Carmelo Zuccaro, primo titolare di un’inchiesta sulle attività in mare delle ong, impegnate nel salvataggio in mare di migranti: indagini che starebbero rafforzando i sospetti su presunte collusioni tra alcuni operatori umanitari e i trafficanti di esseri umani.

Un sospetto alimentato dalla cronaca giudiziaria di questi giorni, con l’eclatante sequestro da parte della Procura di Trapani della nave Iuventa, con l’accusa formale per la ong tedesca di favoreggiamento all’immigrazione clandestina illegale.

Ben lungi dall’essere soltanto un fenomeno antropologico legato alle umane necessità di sopravvivenza, è oramai evidente che il fenomeno degli sbarchi è anche, se non soprattutto, un business che fa gola a tanti.

Un affare da capogiro consumato sulla pelle di uomini e donne pronti a tutto pur di sbarcare sulle nostre coste, ma anche su quella degli incolpevoli cittadini italiani, costretti a farsi carico da soli di una situazione divenuta nei fatti intollerabile. Una situazione di fastidio e di sconforto aggravata dallo spettacolo sbilenco e squallido offerto in queste ultime settimane dal governo in carica , senz’anima né spina dorsale, umiliato da una faccenda certo complicata, ma che al contrario richiederebbe polso, determinazione e una sia pur vaga idea di giustizia. La giustizia che si deve a un popolo, quello italiano, ormai da troppo tempo assuefatto alle sconfitte, ai soprusi e alle soverchierie. A quelle perpetrate dai partners dell’Unione europea, indifferenti alle richieste del Paese e a quelle della Francia, sempre più disinvolta e sfacciata nella sua eccentrica politica colonialista.

Al di là delle questioni da addetti ai lavori, il vero nocciolo della questione migranti ruota intorno all’acronimo inglese SAR (“Search And Rescue”) ossia alla nozione di “ricerca e soccorso” con cui si indicano le operazioni di salvataggio condotte da personale addestrato e specifici mezzi navali, aerei o terrestri volti alla salvaguardia della vita umana in particolari situazioni di pericolo.

Un insieme di prescrizioni tassative che vincolano anche l’Italia, con l’obbligo di garantire tale operatività nelle sue zone di competenza.

Il fatto è che parlare di soccorso nel caso degli scafisti e delle carrette del mare significa, nella migliore delle ipotesi, essere privi di una conoscenza elementare della materia: qui infatti non si tratta di soccorso, ma di trasbordo. E’ stato ormai ampiamente dimostrato che le imbarcazioni cariche di migranti partono dalla Libia nella certezza di poter compiere soltanto poche miglia: lungi dall’essere diretti verso un porto o una costa italiana infatti, queste carrette mirano a raggiungere le navi ong che le attendono al limite delle acque libiche. Da qui l’accusa di favoreggiamento all’immigrazione clandestina. La logica e il buon senso vorrebbero infatti che le navi ong riconducano i “naufraghi” nel più vicino porto libico e non in un approdo italiano, ben più distante. Ma anche il rispetto del buon senso e della logica richiedono come presupposto un Governo degno di questo nome.

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