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La Corricella, i colori di Procida

corricelladi Giacomo Retaggio

Da dove e come la vuoi guardare la Corricella? Da qualunque punto e in qualsiasi modo tu fissi lo sguardo su di lei è sempre uno spettacolo forse unico al mondo. Dal mare ti appare come un luminoso e fantastico agglomerato di case multicolori inserito nel verde scuro del paesaggio ai lati. Dall’alto di Terra Murata e precisamente dal terrazzo dei cannoni borbonici, e più ancora dal tetto del convento di Santa Margherita, la cogli in tutto il suo splendore di forme e colori vividi da quadro impressionista ed hai la sensazione di toccarla con mano. E poi c’è un altro modo per godersela: scendere attraverso i gradoni che si dipartono dalla via di S. Rocco ed inoltrarsi nel suo ventre per viverla dall’interno ed assorbirne gli umori e le scansioni di vita. E forse quest’ultimo è il metodo migliore. Perché se la guardi da lontano o dall’alto puoi apprezzarne i colori e le forme , ma ti sfuggiranno le voci ed i ritmi del suo vivere quotidiano.La Corricella è un quartiere vivo con un suo preciso percorso antropologico. E forse un tempo, fino a qualche decennio addietro, ancora di più di oggi. Fino a poco tempo fa scendevi alla Corricella e ti sembrava di entrare in un altro mondo: barche dall’odore di pesce si dondolavano pigre in un mare quasi senza onde, reti stese ad asciugare, nugoli di bambini neri come tizzoni scorazzavano liberi o catturavano granchi sporgendosi dalla banchina, donne dal cicaleccio colorato e arcaico, uomini dal volto arso dal sole e dal salmastro del mare, panni stesi ad asciugare sui “vefii” colorati, vecchi rinsecchiti a rammendare le reti da pesca con le loro dita deformi per l’artrite e la fatica antica, nel fresco e nell’umido delle grotte scavate nel ventre della montagna. Ed intorno un’atmosfera cordiale e spontanea, quasi un vivere ai primordi dell’umanità. E ricordi che quando scendevi da medico alla Corricella per una visita già sapevi che di visite ne avresti fatte per lo meno una decina. Donne dalla soglia degli usci, dai balconi, dal mezzo delle scale scoperte ti chiamavano: “Dottò, già che ti trovi quaggiù, vieni a visitare anche mio figlio. Ho preparato il caffè.” E non ti potevi rifiutare. E così per decine di volte. Eri costretto ad ingurgitare diversi caffè e non potevi esimerti  altrimenti si offendevano. Oppure ti facevano vedere i loro ammalati direttamente lì, sulla banchina, di fronte al mare, senza alcuna ritrosia o vergogna, alla presenza di altra gente, come se non avessero segreti l’uno per l’altro. Ed avevi la sensazione di trovarti in un’ altra realtà: una realtà  antica e genuina. Quando, dopo un paio d’ore, riuscivi a risalire dal borgo le tue membra erano percorse da un fine tremore per i troppi caffè ingurgitati, ma dentro ti sentivi calmo e tranquillo per il pieno di umanità che avevi fatto. Oggi, però, le cose sono un po’ mutate: quei piccoli semidei felici che scorazzavano sulla banchina si sono ridotti di numero, le umide e ombrose grotte che accoglievano i vecchi pescatori si sono trasformate quasi tutte in locali alla moda ed in ristoranti, le case un tempo dall’intonaco scrostato, quasi incolori e dal profumo di pesce e di mare, sono state ritinteggiate con colori festosi, la banchina è percorsa da torme di forestieri vocianti alla ricerca del posto migliore per mangiare. Nostalgia del tempo che fu? Ebbene, si! Ma non ci puoi fare niente: è il tempo che passa, è la vita che muta. E poi chi ti dice che oggi non sia meglio? Girano soldi, tanti soldi e tu non hai sempre detto che il turismo più che la pesca sarebbe stato il futuro di questo borgo? Forse hai ragione ed è anche giusto che sia così. Mentre al centro della banchina, sotto il sole che ti percuote spietato, pensi queste cose, non puoi fare a meno, però, di considerare come il fascino del borgo della Corricella, nonostante tutto, sia rimasto intatto. Perché è un fascino che deriva dall’intimo di questo quartiere, dalle sue case, dalla sua improbabile e fantasiosa architettura, dal parlare musicale ed antico della sua gente, dal perenne cangiare dei suoi colori sotto la luce del sole che sorge. E tutto questo è tale ed uguale da sempre ad onta del tempo che scorre. Ed altre domande ti assillano mentre il pesce che viene adesso dal mare e diretto ad un ristorante ti solletica le narici ed il palato voglioso: chi, come  e quando ha costruito questo arabesco architettonico? La tua mente corre a migliaia di anni addietro, a quando gruppi di uomini micenei e poi greci approdarono su queste sponde. Perché non ci costruiamo un rifugio su questa spiaggia? Dovettero pensare. E così fu. Prima una casa, poi un’altra e poi un’altra ancora, senza alcuna regola. E rifletti che anche il nome di questo borgo è greco: Corricella è l’insieme di due parole greche, Korè che vuol dire quartiere, contrada, piazza e Kalè che significa bella.  Poi, col passare dei secoli, altri uomini, ormai divenuti del posto, sostituirono i primitivi colonizzatori e continuarono nella costruzione di altre abitazioni secondo le proprie necessità e senza alcuna regola: una casa di fianco ad un’altra e di sopra un’altra ancora, con scale adese alle pareti o sospese nel vuoto. E tutto questo per secoli fino alla realizzazione dell’attuale insieme  architettonico. Non c’erano piani paesistici e non esisteva la Sovrintendenza ai monumenti ed ogni costruzione si sviluppava secondo le esigenze di ciascuno, tanto è vero che si parla di “architettura spontanea”. Se quegli uomini dei secoli scorsi avessero seguito delle regole avresti potuto ottenere questo miracolo di forme e di luce? Certamente no. Il pensiero corre al ‘500, al ‘600, quando questo borgo era funestato dalle incursioni barbaresche che venivano dal mare. E gli abitanti, rudi ed inermi pescatori, erano costretti a rifugiarsi la sera nell’ “insula” murata della Terra. E salivano con affanno lungo i fianchi scoscesi della montagna attraverso sentieri insicuri perché in quei tempi non c’era ancora la via di S. Rocco e nemmeno quella del Castello. E rivedi le galee barbaresche vomitare a pochi metri dalla spiaggia torme di uomini urlanti, con turbante e scimitarre scintillanti al sole, che penetravano feroci nel corpo dell’abitato per rapire, ammazzare, stuprare giovani fanciulle. L’eredità  di quei violenti connubi la noti ancora oggi nello sguardo delle donne del posto: occhi intensamente neri, dalla luce  profonda ed intrigante colma di un languore orientale.  Vita dura quella dei “corriceddesi” di allora!…Pensi, mentre ti scansa a fatica un cameriere con una splendida zuppa di pesce da servire ad un tavolo. Eppure, rifletti, questo agglomerato di case in apparente equilibrio precario non ha, caso unico a Procida, una chiesa. Perché? Ti chiedi. Forse perché poco più in alto c‘è la chiesa della Madonna delle Grazie ed, a due passi, al sommo dei gradoni, quella di S. Rocco? O, forse, perché ( e qui diventi un po’ blasfemo) il Dio di questa gente è il mare?

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Un commento

  1. Marianna Manini

    Egregio dottore Retaggio,
    questo sì che è un articolo sentito. Si vede che ci siete affezionato. Dalla lettura traspare la vita del luogo, il sentimento del quartiere, i tempi passati che ormai hanno lasciato il passo al nuovo. Ma la Corricella rimane sempre il borgo dei pescatori più bello e genuino che c’è a Procida,le case colorate che da lontano sembrano dei fari per segnalare chissà la propria destinazione. Il mare sì è il loro Dio.

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