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LA SPERANZA CURA – Cartolina dal Brasile, marzo 2017

di Rino Scotto di Gregorio

Un affermato cliché sociologico mette in relazione il Brasile col Carnevale e ne fa derivare una smisurata Felicità. L’esplosione rituale di ritmi, colori, corpi spogli di inibizioni e posseduti dal samba, dimostrerebbe l’esattezza dell’equazione. Eppure, come se non bastasse la mia netta sensazione che il Carnevale sia in realtà la più melanconica, macroscopica dimostrazione di fuga dalla tristezza più profonda, ci sono le bellissime parole de L’Orfeo Negro (film italo-franco-brasiliano Oscar 1960 come miglior film in lingua straniera) che ammoniscono dalle ceneri dei bagordi: “La tristezza non ha fine, la felicità sì”. In questa fantasmagorica catarsi che i brasiliani chiamano carnevale, follia, festa-popolare-più-grande-al-mondo, confluiscono fuga dalla realtà, identità rovesciate, maschere bizzarre e tensione del domani annegato in fiumi di birra. Pertanto basterebbe applicare tale ricetta carnevalesca senza controindicazioni ed estenderne la durata da capo a fine d’anno per garantire ai sudditi di Rei Momo, sovrano dei tempi carnascialeschi, una felicità quasi assoluta. Tuttavia, a corroborare la mia malinconica sensazione ricavata da anni di immersione nella Follia, arriva l’OMS (Organizzazione Mondiale della Salute) con una ricerca recente su depressione e disturbi di ansia realizzata su scala mondiale. Indovinate chi guida la classifica intercontinentale dei disturbi come sindrome da panico, fobie varie, disturbi ossessivo-compulsivi, disordini da stress post traumatico e ansia generalizzata? Proprio lui, il paese del Carnevale Perenne Effettivo! In termini di depressione diffusa (5,76%: sul totale della popolazione 11, 5 milioni di persone) il Brasile è primo in Sud e Centro America precedendo di poco Cuba, e quinto a livello mondiale subito dopo gli USA (piccola consolazione?). Per inciso, a guidare la classifica mondiale della depressione è l’Ucraina. (Fonte: O Globo, venerdì 24 febbraio 2017). Secondo gli analisti la scalata brasiliana alla classifica globale della sofferenza psichica stupisce non tanto per le mie, condivisibili o meno, considerazioni su costumi carnevaleschi e realtà, quanto piuttosto per l’incremento record rispetto agli ultimi rilevamenti datati 2005: +18,6% per la depressione, + 14,9% per i disturbi d’ansia. Le cause di questo crescente malessere psicologico, secondo gli analisti acutizzate dal crollo della ceto politico sotto il peso della corruzione, costituiscono un compendio di tutto ciò che andiamo denunciando da anni con la nostra modesta rubrica dall’osservatorio della nostra Missione. Uno dei relatori principali della ricerca afferma candidamente che, probabilmente, alcuni fattori depressivi possono essere la diseguaglianza di reddito e la recessione economica. Ma guarda un po’…allora non avevamo detto fregnacce negli ultimi dieci anni di articoli contro la narrazione fraudolenta dei governi a marchio PT. Ma non finisce qui. Eccoli via via tutti gli altri fattori OMS riconducili alla materia delle nostre denunce: la violenza (a febbraio registrato record storico assoluto per assalti a mano armata nello Stato di Rio de Janeiro. Fonte: Meia Hora nell’articolo “Si salvi chi può” di mercoledì 29 marzo 2017); il collasso del sistema ospedaliero (chiude un’unità medica al giorno…); le emergenze sanitarie (dopo il virus Zika dello scorso anno, questi sono i giorni della corsa al vaccino contro la febbre gialla che avanza inesorabile fino ai centri urbani dello stato carioca). Ora, francamente, senza voler sminuire le autorevoli conclusioni dell’OMS noi, che condividiamo da venti anni e più la lotta quotidiana delle fasce disagiate del popolo brasiliano, avevamo e abbiamo oggi a maggior ragione chiara la gravità della situazione. Per rendersi conto dello stato di benessere psicologico dei cittadini “disturbati”, basta rispondere alle seguenti domande. Si può essere moderatamente felici sapendo che fare ritorno a casa e rivedere sana a salva la propria famiglia dipende da una serie di circostanze fortunose sempre più ridotte? Si può accettare che mentre gli Stati federali falliscono mandando per strada migliaia di dipendenti pubblici coloro che li amministrano si arricchiscano svuotandone le casse? (vedi l’attualissimo caso di Sergio Cabral, ex governatore di Rio de Janeiro…). Si può non impazzire pensando che il prossimo obiettivo della roulette russa dei proiettili vaganti potrebbe essere tuo figlio anche se regolarmente seduto al suo banchetto di scuola? Si può non desiderare l’interazione forzata per tutti gli amministratori che hanno sperperato miliardi di dollari nelle grande opere, per altro già fatiscenti, per Mondiali di calcio e Olimpiadi mentre gli ospedali chiudono uno dopo l’altro per mancanza di risorse? E infine: si può davvero sperare di attraversare questa e altre crisi a venire soltanto nascondendole sotto una coltre di coriandoli, strass e costumi sgargianti? L’alba del giorno dopo, quando il carnevale irrimediabilmente restituisce il passo alla realtà, è amara, grigia, triste. Stordisce e disorienta. Il risveglio, come descritto nella struggente” Manha de carnaval” dell’Orfeo Negro, porta la rassegnazione e la livida condanna di non scrutare futuro felice nel domani. Ma l’orizzonte è a portata d’occhio, basta prendere coscienza che la festa è finita e alzarsi per scrutarlo. La terribile ricerca dell’OMS, deve scuotere gran parte dell’opinione pubblica del paese che, comunque, deve fare i conti con una crisi politico-finanziaria senza precedenti. Depressione e ansia, che attecchiscono in maniera esponenziale le fasce più giovani, devono essere finalmente riconosciute come emergenze e affrontate col dovuto impegno e non messe in sala d’attesa per il prossimo carnevale. Ne è convinta la giornalista Karen Terahata che col suo blog “Sem trastorno”(senza disturbo) lancia l’allarme sul tema da tanti anni. “Spero che questa denuncia – afferma la giornalista – serva a modificare le politiche sulla salute mentale dei brasiliani e che ci siano maggiori risorse per le diagnosi”. Già, partire dalla diagnosi, partire, cioè, dal riconoscimento di ciò che accade realmente perché quando ciò avviene, significa aver percorso un buon tratto di cammino verso la guarigione, verso un’alba felice, verso un domani che non deve più far paura. La cura che spacciamo da anni, in fondo, si chiama Speranza. Forza: speriamo di più, speriamo insieme!

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