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Procida: L’isola che guarda.

di MIchele Romano
Nel continuare a raccontare ciò che esprime la quotidianità della vita organizzativa di Procida un altro aspetto dolente viene alla ribalta e riguarda uno dei servizi di fondamentale importanza per la peculiarità del nostro territorio, cioè i trasporti via mare.
Lo spunto viene offerto dalle enormi difficoltà createsi, causa vento, per l’attracco delle navi nel porto di Marina Grande, privo di un adeguato fondale da un lato e , dall’altro, la nave “Don Peppino” e l’aliscafo “San Pietro”, ancorati al molo per non partire più non da meno le carenze protettive dello stesso sito. Tutto ciò ha prodotto significativi danni alla popolazione (non raggiungere il posto di lavoro, di studio, di impellenti visite sanitarie, bloccare il percorso commerciale dei beni primari, di informazione e tanto altro ancora). A tal proposito voglio segnalare che, grazie all’alta professionalità e rischiosa generosità del comandante Caremar, Attilio Cesarano, è stato consentito a tanti cittadini di accedere alle proprie abitazioni.
Quale riflessione ancora, una volta, scaturisce da ciò che, anche in questa occasione si presenta il volto di una realtà locale totalmente disarmata in balia delle onde in cui tutti assumiamo la configurazione di chi sta a guardare che la nottata passa e, nel mentre, si passa la tempo di discutere se il fondale deve essere adeguato, come bisogna costruire i sistemi protettivi, dove devono andare a sostare “Don Peppino” ed altri. Così mentre Roma discute Sagunto viene espugnata dai marosi. In tal senso diventa emblematica la figura del Sindaco che osserva tutto dalla Casa Comunale, la Capitaneria di porto dal proprio ufficio e tutti insieme appassionatamente dalla Piazza, compresi i rappresentanti del Popolo.
Al di là dell’amara ironia, lo spazio del falso buonismo, del barcamenarsi a destra e a manca per mantenere in piedi il proprio patologico egocentrismo a discapito del bene comune è del tutto consunto. Urge, pertanto, in tempi strettamente brevi, la costruzione di una florida ed esaltante nuova classe dirigente che sappia coniugare gli assiomi della solidarietà comunitaria con la alta e profonda dignità di saper decidere, consapevoli di dover dispiacere a qualcuno che è orientato esclusivamente verso i propri interessi, disprezzando completamente quelli dell’intera cittadinanza.
Per il suo futuro la nostra meravigliosa Terra avvolta nelle ali mica eliche merita ben altro della miserabilità attuale.

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