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Procida: Abbazia di San Michele

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Ti inerpichi con fatica lungo la strada  frammisto a gruppi di turisti, quasi tu stesso turista in casa tua, forse per provare la sensazione di un impatto nuovo con una realtà che conosci da sempre, in una sorta di biblica  “salita al tempio”.Dopo diverse curve e successive salite sempre più aspre ti si para davanti la chiesa. E’ incastonata nelle costruzioni adiacenti, quasi anonima e scarna all’esterno e tu pensi che i turisti rimarranno delusi. Si entra per una porticina laterale in uno stanzone dove i forestieri vengono accolti da guide gentilissime e che si apre  su una ampia e lunga terrazza a picco sul mare. I turisti rimangono senza parole dalla meraviglia e tu pensi che anche questo è Procida: dietro una costruzione anonima e quasi modesta si aprono degli scenari che non immaginavi neanche esistessero. E il tuo pensiero va alle parole di Elsa Morante: “Le vie dell’isola  sono costeggiate da muri alti ed impenetrabili dietro cui si nascondono giardini imperiali”.  Dal terrazzo si scorge un mare azzurrissimo solcato da barche che lasciano una scia bianca. Di fronte la costa alta di Monte di Procida seguita dalla spiaggia di Miliscola, la massa cupa di Capo Miseno e poi Posillipo , via via fino a Napoli. Ancora più in là,  verso sud, il profilo sfumato della costiera sorrentina che sembra tendere la mano a Capri, quasi distaccata dal contesto nella sua aristocratica bellezza. Su tutto veglia il “Formidabil monte, sterminator Vesevo” . Si passa attraverso la sacrestia, un salone ampio rivestito di legno con una data impressa sul soffitto: 1687. Il gruppo di turisti ( sono russi ed hanno bisogno della traduzione simultanea) guardano interessati. Tu li osservi , ma, nel frattempo rivedi con la mente le riunioni di preti, il cosiddetto “Capitolo di San Michele”, che avvenivano proprio in quella stanza. E risenti le loro voci litigiose, i loro colpi di tosse, il loro poco cristiano sbraitare. I preti, fino a qualche centinaia di anni addietro, a Procida erano una ottantina. Ottanta preti su una popolazione di diecimila abitanti!… E convieni che anche questo è Procida. I preti nel bene e nel male hanno fatto la storia dell’isola. Insieme ai turisti russi entri nella chiesa vera e propria: una sensazione di fresco ti investe. Le alte ed ampie navate fanno risuonare le voci delle guide. Il suono dell’organo si diffonde nell’ambiente ed è di una dolcezza e suggestione infinite. Domani ci sarà un matrimonio e stanno effettuando le prove. La guida spiega che questa chiesa ha quasi mille anni, che inizialmente era un tempio pagano dedicato a Nettuno agricoltore, poi divenne  paleocristiano, poi ancora un monastero basiliano , indi  benedettino, quando i monaci cacciati dall’oriente per la lotta iconoclasta aderirono alla regola di S. Benedetto, che ci sono ancora reperti pagani, come un vaso di marmo per riti bacchici trasformato in battistero e delle lastre di marmo “double face” con una scritta cristiana da un lato ed una pagana dall’altro. Lungo la parete destra  una serie di altari gentilizi dove le casate nobili facevano celebrare la messa caso mai dal prete di famiglia. Lungo la navata sinistra si notano tre cappelle: del Carmine con una secentesca statua lignea della Vergine, di S. Michele, una statua di argento, opera di argentieri napoletani e dono dei pescatori procidani. Questa effige viene portata in processione per tutta l’isola ogni anno l’otto maggio a ricordo dell’apparizione del divino arcangelo, proprio l’otto maggio 1535, per scompigliare la flotta barbaresca di Kaar-a-din che era pronta per invadere Procida. L’ultima cappella rappresenta una riproduzione della grotta di Lourdes. Alle pareti, lungo tutta la chiesa, quadri di epoca cinque-scentesca, molti dei quali  restaurati di recente. Nella cappella del Redentore a sinistra dell’altare maggiore si ammira un trittico pittorico a fasce orizzontali che ricopre tutta la parete e  che rappresenta i momenti cruciali della vita di Cristo. Dietro il coro ligneo, sulla parete semicircolare dell’abside, un quadro del ‘600 di Nicola Russo mostra San Michele con la spada sguainata che mette in fuga le galee di Kaar a-din volando su una Procida dell’epoca. Il pavimento della chiesa è costellato di botole di marmo scolpito raffiguranti le categorie dei soggetti sepolti nella necropoli sottostante: i confratelli dei Bianchi, dei Turchini, le Sorelle di Sant’Anna, confraternite ancora oggi vive. Al centro del pavimento della navata centrale su un’ampia lastra di marmo è intarsiata la figura di un prete rivestito dei paramenti sacri: è il segno che lì sotto sono sepolti i preti. Questo avveniva fino a che l’editto di Saint Cloud non vietò il seppellimento dei cadaveri nelle chiese. La guida volge lo sguardo verso l’alto ed indica ai turisti il soffitto: uno splendido soffitto a cassettoni di legno dorato, dono settecentesco del cardinale Pignatelli poi Papa Innocenzo XII. Al centro di esso un altro quadro, di Luigi Gardi, con la raffigurazione di un San Michele vittorioso sui diavoli.  Mentre i turisti continuano a sciamare per la chiesa tu preferisci uscire fuori attraverso la porta rivolta a sud che poi sarebbe quella  principale. E ti volti a guardare la facciata: scarna, essenziale, di stile romanico con un rosone centrale e due finestre ai lati. E che non lascia trasparire l’opulenza  barocca dell’interno, la dovizie di opere d’arte e la sonorità bachiana delle ampie volte. Questa chiesa ha due porte di ingresso: la prima è quella appena menzionata, la seconda è rivolta a nord ed è una sovrapposizione di stile neoclassico di epoca ottocentesca, quasi un’escrescenza impropria sulla severità dell’architettura preesistente. E non puoi fare a meno di considerare come questa chiesa sia l’anima stessa di Procida: fino ad un centinaio di anni addietro era l’unica “parrocchia “ di Procida e Monte di Procida che erano un solo Comune. I bambini venivano portati dalla terraferma sull’isola per essere battezzati. Così come le giovani coppie per sposarsi. Attualmente contiene un poderoso archivio  di nascite, matrimoni, morti, che risale a diversi secoli. Il curato di San Michele era una sorta di “ Dominus” incontrastato sui due paesi. Le altre chiese erano solo delle “Rettorie”, vale a dire delle “dependance” della chiesa madre, gestite dai “collettori”, preti che per concessione del Curato potevano solo amministrare qualche sacramento quasi sempre per motivi di estrema urgenza. E da qui tutta una serie di lotte intestine tra preti e tra questi ed il curato per scrollarsi di dosso la sua opprimente supremazia. Cose d’altri tempi! Ma poi mica tanto perché fino ai primi decenni del secolo scorso le cose stavano ancora così.   (continua) 

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Un commento

  1. giuseppe ambrosino

    Nella rappresentazione fedele, quasi plastica dell’Abbazia di San Michele, alla Terra Murata, sviscerata dall’interno come fosse un corpo vivo, e nella descrizione delle sue opere d’arte e delle sensazioni che queste suscitano sul visitatore, sta la vera grande arte dello scrittore Retaggio. Con la sua bravura e la sua competenza ha saputo trasmettere l’essenziale della nostra Storia, e soprattutto inculcare la curiosità di conoscerla. Dopo aver letto il suo articolo, io ho indossato l’abito del turista in casa mia, e ho rivisitato la storica Basilica. Ho avuto la sensazione di non averla mai conosciuta a fondo. Soltanto oggi riconosco e apprezzo i minimi dettagli, e debbo confessare una mia strana sensazione. Ad ogni angolo, nella frescura della plurisecolare Abbazia, sembrava di sentire la voce calda e convincente del dottor Retaggio, che nell’illustrarne la Storia , non perdeva mai l’occasione di sfoderare la sua sottile ironia nel raccontare aneddoti sui preti del passato, e limitandosi ad un volo alto su quelli di oggi.

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