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Procida: Madonna delle Grazie e rosario in dialetto procidano

 piazza martiri2di Giacomo Retaggio
“Maronna re la Grazia
 Ca ‘n braccia  puorte grazia
 A Te vengo pe’ grazia
 Maria famme grazia.

Se passi al mattino presto durante il mese di luglio davanti la chiesa della Madonna delle Grazie il rosario in dialetto procidano che si diffonde dalle porte aperte ti colpisce con la sua infinita suggestione. E ti rapisce  la nenia  antica che affonda le sue radici nella notte dei tempi con le sue inflessioni greche come il canto di omeriche sirene. Il mese di luglio è dedicato alla Madonna delle Grazie. All’alba da tutta Procida la gente,  inerpicandosi  per la via di S. Rocco dalla Corricella o per via S. Leonardo, dalla Vigna, dal Vascello o dalla Spianata affluisce in chiesa per dar corpo ad un rito antichissimo. E questo per tutto il mese di luglio da tempo immemorabile. La luce del sole mattutino filtra violenta dalle vetrate colorate ed il canto delle donne si mescola alle voci ed ai rumori esterni dell’isola che si sveglia al nuovo giorno ed alle sue attività e viene recepito come un canto di auspicio perché tutto vada bene. Chissà come ci rimarrebbero il fruttivendolo, il tabaccaio, il farmacista, il barista, il pescivendolo e tutti quelli che lavorano o oziano nel fresco del mattino estivo di questa piazza se per una sola volta, in questo mese, non udissero il canto del Rosario! Sicuramente lo interpreterebbero come un cattivo augurio. E tu che passi per questa piazza,  a quell’ora di mattina, non puoi fare a meno di fermarti e di guardarti intorno. E’ una splendida vista con il maestoso palazzo De iorio, colore rosso pompeiano, proprio di fronte alla chiesa e con davanti il superbo panorama della Corricella, della spiaggia della Chiaia fino alla punta di Pizzaco. E ti ricordi che la chiesa di fronte non poté avere la cupola fino al 1928 perché il marchese De Iorio, proprietario del palazzo , si opponeva in quanto gli avrebbe danneggiato il panorama. Cose d’altri tempi! Pensi tu, ma è stato veramente così. Le case sugli altri lati sono antichissime e sono tipicamente procidane nella loro architettura con archi e “vefii”. Il sole del mattino estivo inonda prepotente la piazza. La gente di questa “ grancia” è cordiale, allegra e verace. E tu ti chiedi come sia stato mai possibile duecento anni addietro, nel giugno del 1799, che si sia trasformata in una folla ebbra di sangue e di morte. Ma poi rifletti che i Procidani erano borbonici dentro, fedeli alla corona, ed avevano sempre ricevuto bene da re Ferdinando IV: non pagavano tasse, erano esenti dal sevizio militare, Procida era riserva di caccia reale ed un bene “allodiale “ della corona. Basti pensare che pochi anni dopo, nel 1805, con la seconda invasione di Napoli, questa volta da parte di Giuseppe Bonaparte, e con la seconda fuga di Ferdinando IV a Palermo, ben quattromila Procidani, vale a dire quasi la metà della popolazione isolana, seguirono il re in Sicilia, ottenendo in cambio da questi un assegno di sostentamento per tutto il periodo della loro lontananza da Procida. Cosa volevano quei quattro giacobini repubblicani procidani che si erano fatti irretire dalle idee che venivano dalla Francia? Volevano. forse, sovvertire l’ordine costituito che a loro in fondo andava bene? E allora, dovettero pensare, diamo loro addosso perché il “nuovo” faceva paura. Ti rendi conto che il tuo è un tentativo di giustificare, forse alla luce della “procidanità” che ci accomuna, certi eccessi che pur si sono verificati. Ma, purtroppo, questi si sono verificati e non c’è giustificazione che valga. La chiesa della Madonna delle Grazie è posta nella curva dove la discesa di via del Castello si continua con quella, ancora più ripida, di via S. Rocco e fa da spartiacque tra la zona un tempo chiamata dello “scarrupato di sopra” e quella dello “scarrupato di sotto”. La funzione mattutina e terminata e la gente sciama fuori chiacchierando e salutandosi alla voce. Tu entri in questa strana chiesa: è più larga che lunga e poggia per una parte, con la navata di destra, sulle prime case della discesa di S. Rocco, vale a dire il pavimento di essa costituisce il tetto delle abitazioni sottostanti, in una sorta di difficile equilibrio architettonico. Come la stessa chiesa che per gran parte poggia sulla roccia scoscesa in apparente precario equilibrio, ma sono centinaia d’anni che è così e non è mai successo niente. Come se la struttura fosse paga di tanta bellezza che la circonda e facesse di tutto per non abbandonarla. Un inventario del ‘500 riporta che questa chiesa già esisteva in quel tempo. Era solo una cappelluccia corrispondente all’odierna navata centrale che già, però, conteneva l’immagine della Madonna delle Grazie. Nel ‘600 si procedette al suo allargamento  con la costruzione delle due navate laterali e della sagrestia conferendole l’attuale  particolare conformazione.  Era una chiesa limitata in altezza per la mancanza della cupola finché nel 1928, non essendoci più l’opposizione dei De iorio, si procedette all’erezione della stessa. E così fu costruita la cupola: una costruzione enorme, vero prodigio di ingegneria statica, bellissima, con ampie vetrate da cui entra una luce abbagliante. A guardarla dal basso ti rendi conto che è sproporzionata nelle dimensioni rispetto alla chiesa sottostante e non puoi fare a meno di condividere l’espressione caustica pronunciata a suo tempo da  monsignor Amalfitano, suo storico parroco e promotore della costruzione, nel vederla ultimata: “Ho sempre visto le chiese con la cupola, ma non ho mai visto una cupola senza chiesa”. Ma, ad onta delle critiche pregresse, tutto il complesso è meravigliosamente integrato nel territorio circostante ed oggi non sapresti immaginarti la chiesa della Madonna delle Grazie senza la sua maestosa cupola. Essa vista dal mare, a picco sul borgo della Corricella, serve da lontano come punto di riferimento alle barche dei pescatori che rientrano. Mentre sosti al centro della chiesa, proprio sotto la grandiosa cupola, osservi il quadro della Madonna: è una bella immagine completamente ricoperta da una lamina d’oro. Inoltre una corona altrettanto d’oro con l’aggiunta di brillanti cinge la testa della Vergine e del Bambino che ha tra le braccia, dono, come il rivestimento del’immagine, dei Procidani tutti, anche di quelli d’America. “L’incoronazione” avvenne nel 1924. Ti dirigi verso la sacrestia seguito dallo sguardo obliquo ed interrogativo di alcune donne che fingevano di pregare e ti si para davanti lo stupendo vestiario di legno intarsiato. Sulla destra scorgi nel suo ufficio l’attuale parroco, il giovane e dinamico don Marco Meglio. Ti invita ad entrare. E’ un piccolo locale con un terrazzino che si affaccia sulla splendida cornice della Corricella. Su una parete una grossa lapide di marmo porta incisi i nomi degli impiccati del ’99. Sul pavimento una botola indica il luogo ove furono catapultati in forma anonima. Il parroco dice che, nel 1999, anniversario dell’eccidio, qualcuno è sceso in questo locale sotterraneo, ma ha trovato solo la polvere di quei morti. “Memento homo –  afferma, poi, assorto  – quia pulvis es et in pulverem reverteris (Ricordati uomo che sei polvere ed in polvere ritornerai)”. D’accordo, pensi tu, ma questa è una polvere impregnata di dignità e di gloria.

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Un commento

  1. Geppino Pugliese

    ‘U Viso! ‘U Viso!

    è nella tremenda richiesta di questa donna (è anche il titolo di un libro dello stesso autore),forse,la sintesi e l’espressione dei momenti tragici che il popolo procidano ha subito in quel periodo storico.

    Non voglio nemmeno pensar male di quella gente come assetata di sangue e morte, come vampiri,allo spettacolo della morte in diretta,vestita elegante e festosa,come ad una serata di gala.
    Si potrebbero fare molte considerazioni e riflessioni su questo grido lancinante che squarcia le coscienze,mi limito solo ad un mio pensiero.

    Dubito che il popolo procidano ,di allora, fosse particolarmente cattivo e godesse del sangue versato altrui.

    Il clima di terrore e di paura instaurato dai Borboni,in special modo ,dopo la cacciata dei Francesi,avrebbero indotto chiunque a comportarsi in tal guisa.

    Allora,ieri come oggi ,niente è cambiato,la storia si è ripetuta mille volte,contro gli ebrei,contro gli immigrati,contro i tedeschi,contro i neri,contro i nostri nemici;

    l’indifferenza ,il proprio tornaconto,sempre e comunque,la legge naturale della sopravvivenza,hanno sempre indotto gli uomini,in qualsiasi epoca,a comportamenti egoistici e devianti.

    Quel grido disperato: U Viso! ‘U Viso non si sente riecheggiare netto e chiaro ,nei tempi odierni, ma ,chi lo sa,se invece rimane come strozzato alla gola,e nelle nostre coscienze,oggi come oggi,di fronte alle barbarie e crimini che vengono perpetrati ogni giorno,in qualsiasi angolo del mondo,

    e rimaniamo indifferenti e immobili.

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