Metti in un contenitore geografico di incomparabile bellezza un suono lacerante di una tromba particolare, quasi un lamento, che risuona nel buio per svariate notti da farti venire i brividi nel dormiveglia, un esercito di giovani, uomini, bambini che lavorano a preparare i “Misteri” quasi senza accusare la fatica, un ripercorrere tradizioni arcaiche di un mondo che si credeva perduto, una sfilata imponente e sontuosa di rappresentazioni plastiche di episodi del vecchio e del nuovo testamento, uno stuolo di un centinaio di bambini, dai pochi mesi a qualche anno di età, vestiti di nero e a lutto alla maniera spagnola, le note di una struggente marcia funebre che cadenzano il passaggio del “Cristo morto” nel silenzio assoluto e raccolto della folla ai lati della strada e non ti puoi sbagliare: sei a Procida nel Venerdì Santo o nei giorni e nelle notti che lo precedono.
Da oltre quattrocento anni il rito si ripete con assidua e quasi maniacale puntualità (anche nei periodi bui delle guerre si è tenuto) tale da essere entrato quasi nel codice genetico dei Procidani. Questi, spesso, nel conteggio degli anni si rifanno alle varie edizioni della processione, quasi sulle orme degli antichi Greci nei riguardi delle Olimpiadi, e forse inconsciamente a rifarsi alla loro origine ellenica.
