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Caro don Michele

Mons Michele Ambrosinodi Giacomo Retaggio

Come è strana la vita! E quante coincidenze! Caro don Michele, proprio una decina di minuti fa avevo deciso di telefonarti per chiederti delle notizie al riguardo della “Sindone”, di cui tu eri un esperto, e, mentre mi accingevo a comporre il tuo numero, mi è giunta la telefonata di un amico che mi annunciava la tua dipartita. E così anche tu te ne sei andato com’è nella natura degli uomini  delle cose. Anche se tu per tutti noi sembravi essere eterno e non morire mai. “Memento homo quia pulvis es et in pulvere reverteris!” ( Ricordati uomo che sei polvere ed in polvere ritornerai!). Quante volte mi hai ripetuto questa verità! Piaccia o meno siamo tutti polvere. Che resta della nostra vita? Rimane solo ciò che abbiamo realizzato: le opere, le idee, i sentimenti. E tu di queste cose potresti riempire volumi e volumi.

Non so se piangere la tua morte o gioire del fatto che sei in paradiso. Quando celebrasti il cinquantenario della tua ordinazione sacerdotale dall’altare dicesti: “ Gli avvenimenti di questi cinquant’anni trascorsi li conosco, ma conosco anche un avvenimento dei prossimi: di sicuro sarò nelle braccia del Signore!” E tu oggi sei nelle sue braccia. E mi fa piacere immaginarti lì, in paradiso, con i tuoi occhi celesti, la tua espressione sempre serena, il tuo tono calmo di voce, la “floridezza verginale” del tuo volto di manzoniana memoria.

Sei stato un maestro per tutti noi. Maestro di vita, di verità, di logica e di fede. Perché queste due ultime cose per te non erano in contrasto: il pensiero non supportato dalla fede è un pensiero debole, non proiettato verso alte mete ed incapace di comprendere il vero mistero della vita e di Dio. Quante discussioni abbiamo fatto su questo! E come ora le rimpiango! Ed insieme a me le rimpiangeranno tanti e tanti. Noi ci sentiamo orfani. Chi spiegherà ai giovani di oggi il senso della vita, il significato del dolore, il valore della verità, il concetto di Dio? Tu di questi valori ne avevi fatto la ragione della tua esistenza. Non c’era un problema per il quale non avevi (o speravi di avere) una soluzione. Non ti ho mai visto condannare qualcuno. Per tutti avevi una parola di perdono e di misericordia. Non ti sei mai eretto a giudice perché cercavi di metterti sempre nei panni dell’”altro”. E questi per te era sempre un fratello che aveva bisogno di aiuto e di comprensione anche se poteva aver sbagliato. La tua enorme cultura e la tua grossa conoscenza dell’animo umano ti sono state di aiuto nella tua vita di sacerdote.

Qualcuno potrà dire che queste cose sono normali (o perlomeno dovrebbero esserlo) per un prete, ma non è così. Diversamente come si spiega che tu (e solo tu) sia  riuscito ad istradare verso la vita del sacerdozio una decina di giovani della tua parrocchia? Questi ultimi sono veramente tuoi figli spirituali. Il ché non è cosa da poco e da tutti. Lasciasti l’insegnamento al liceo “A. Genovesi” di Napoli proprio nell’anno in cui mi iscrissi per frequentare quella scuola prestigiosa e accettasti di fare il parroco della chiesa di S. Giuseppe alla Chiaiolella di Procida. Molti all’epoca ti biasimarono: e come- ti dicevano – abbandoni la città per “seppellirti” in un’isola? E non pensi alla “carriera” che avresti potuto fare? Ma tu di questa non hai mai saputo cosa farne. A te interessava il tuo popolo, la tua gente, il tuo paese. Sapevi che avevano bisogno di te.  Le esequie saranno celebrate questa mattina alle ore 10.30 presso il Santuario di S. Giuseppe.

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