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Procida: Il culto del S.S. Sacramento e la Confraternita dei Bianchi

bianchi confraternitadi Giacomo Retaggio

Nel buio tiepido e silenzioso di una serata di fine marzo o di inizio aprile delle figure di uomini rivestite da un sacco bianco ed incappucciati percorrono con passo leggero, quasi inavvertibile, le stradine di Procida a distanza di una decina di metri l’una dall’altra. Portano una grossa croce nera su una spalla ed hanno due fori nel cappuccio per gli occhi. Camminano lentamente ed in silenzio, irriconoscibili ai più. Qualcuno, forse, lo puoi identificare dalla statura o dall’andatura che ti è nota, ma non oltre. E ricordi che da bambino scommettevi con i tuoi coetanei a chi riusciva a riconoscere qualcuno. Ma spesso ti sbagliavi. E’ la sera del Giovedì Santo e questi dodici uomini incappucciati, gli Apostoli, attraversano quasi tutta l’isola da centinaia di anni. E tu che li segui dal bordo della strada hai la sensazione di essere stato catapultato in un’atmosfera di sapore medievale, complici la vetustà degli edifici ai lati dai muri grigi ed in parte scrostati e la ristrettezza delle viuzze attraversate. A volte, una luna primaverile particolarmente luminosa sporge dal cielo attraverso la feritoia nel corpo degli alti palazzi ai lati della strada e inonda col suo chiarore questi uomini incappucciati che avanzano in silenzio, conferendo loro un aspetto quasi surreale. Quello che ti si para dinanzi la sera del Giovedì Santo, anche per te che ci sei abituato da sempre, è uno spettacolo, pur nella sua semplicità, di una suggestione infinita. E la tua mente corre ai secoli di dominazione spagnola nell’Italia meridionale perché questi cortei penitenziali di cui è costellato il sud della penisola, così come la processione dei Misteri del Venerdì Santo, sono di chiara derivazione iberica; a Carlo V, a Filippo II ed infine al cardinale Innico D’Avalos, feudatario spagnolo di Procida. Nel procedere di questi uomini incappucciati, gli Apostoli, c’è la stessa solenne ieraticità degli Hidalgo. Fu proprio questo cardinale che nella seconda metà del ‘500 decise di fondare a Procida una confraternita, detta dei Bianchi dal colore dell’abito, dedita al culto del S.S. Sacramento. In linea con la sua estrazione nobiliare ed in ossequio al suo essere un principe, sia pure ecclesiastico, del Rinascimento decise di limitarne l’accesso ai soli elementi nobiliari o quanto meno di un certo livello sociale. Non ti deve stupire questa scelta discriminatoria perché in quei tempi la società era rigidamente divisa in “caste” con impossibilità quasi totale per qualcuno di passaggio da un ceto più basso ad un altro superiore. Era una struttura piramidale con all’apice la nobiltà, poi il clero, indi il popolo minuto. E nessuno aveva nulla da recriminare: era un fatto fisiologico. Anzi veniva consigliato a ciascuno di contentarsi del proprio stato perché così…era stato stabilito da Dio. Il carattere elitario di questa confraternita, nonché il fatto di essere la prima in senso temporale rispetto alla altre ( i Turchini, difatti, furono istituiti una cinquantina di anni dopo)  permise fin dall’inizio di avere dei privilegi, quali, ad esempio, quello di poter accedere nel cortile di San Damaso a Roma con il proprio gonfalone. I “Bianchi”, inoltre, avevano il diritto di  assistere alle funzioni religiose nell’abbazia di S. Michele di Procida sostando con il gonfalone all’interno del presbiterio e nei pressi dell’altare. Tra i suoi membri si contavano molti preti e ciò permise ai confratelli dei Bianchi di avere dei confessori propri, senza la necessità di farne richiesta al clero secolare come sarebbe capitato alle confraternite successive. Questa sorta di supremazia fece assumere alla confraternita il titolo di “Arciconfraternita dei Bianchi del S.S. Sacramento” che conserva ancora oggi. I membri di questa confraternita appartenevano alle classi più agiate ed evolute della popolazione procidana; comprendevano, infatti, oltre a numerosi preti, anche notai, avvocati, medici, possidenti e molti esponenti della borghesia armatoriale isolana. E questa configurazione sociale ed economica costituì uno spartiacque netto nei riguardi delle altre confraternite che si organizzarono successivamente, specie nei riguardi dei “Turchini”, che si possono considerare quasi coevi ai “Bianchi,  composti da “gente di terra”, vale a dire per la maggior parte da contadini. A te, uomo di oggi, queste considerazioni ti procurano qualche perplessità, ma nel ‘500 a Procida e non solo le cose stavano veramente così! La primitiva sede di questa arciconfraternita  fu presso l’abbazia di S. Michele, in un locale apposito, il cosiddetto “oratorio dei Bianchi”, addossato alla parete esterna della chiesa, lato mare, ed a cui si accedeva per una scala interna, in una posizione panoramicissima. I confratelli tra i tanti diritti avevano anche quello di essere sepolti nella chiesa come dimostra l’esistenza ancora oggi di una botola nel pavimento della stessa con le figure scolpite di due incappucciati in preghiera. Rimasero in questo locale per due secoli, fino al 1759, quando delle pericolose crepe del fabbricato (oggi del tutto slittato in mare) consigliarono ai confratelli di spostarsi in una chiesa costruita apposta dal Comune, la chiesa di S. Giacomo, situata al centro del paese, sul cui frontespizio fa ancora oggi bella mostra di sé la dicitura “Arciconfraternita dei Bianchi”. Rimasero in questa sede fino ad una trentina di anni fa, allorché, dopo la sospensione di qualsiasi attività per un decennio, la confraternita si trasferì nella secentesca chiesetta di S. Vincenzo Ferreri ove attualmente opera. Ai “Bianchi” è affidato il compito di organizzare il corteo degli Apostoli del Giovedì Santo. Fino ad una cinquantina di anni fa esso partiva nel primo pomeriggio dall’abbazia di S. Michele e percorreva quasi tutta Procida entrando in tutte le chiese per l’adorazione del Santissimo presso i cosiddetti “Sepolcri”. Prima di incamminarsi gli “Apostoli” assistevano alla “Missa in coena Domini” durante la quale il Curato lavava loro i piedi a ricordo di ciò che fece Cristo ai suoi discepoli nel Cenacolo. Dopo consumavano un pasto frugale a base di cefali arrostiti sulla brace, insalata verde (la famosa romanella), finocchi e vino. Con la riforma liturgica della fine degli anni cinquanta del secolo scorso le cerimonie sono state spostate alla sera e di conseguenza anche la cena ed il corteo. Ma anche il pasto degli “Apostoli” non è più quello di un tempo: la frugalità è stata sostituita da una varietà ed abbondanza di cibo degne dei migliori ristoranti. La cena viene tenuta nella chiesa di S. Giacomo, ormai sconsacrata, alla presenza di un folto pubblico a cui alla fine i “confratelli- apostoli” distribuiscono il pane. La gente si affolla e preme per riuscire a ghermirne  un pezzo: ravvisi in questo modo di comportarsi degli astanti un profondo e recondito simbolismo. Dopo la cena (ormai è buio) il corteo si snoda per le vie di Procida. Il primo “Apostolo” è accompagnato da uno strano personaggio vestito con una rendigote rossa, pantaloni bianchi aderenti a calzamaglia, scarpe con fibbia di argento ed una feluca su un braccio: abbigliamento barocco di chiara derivazione spagnola. Nel lessico popolare viene detto il “centurione”, ma i soldati romani non c’entrano per nulla. Si tratta bensì di una rappresentanza dei “lacchè” che accompagnavano i signori durante il corteo. Uno dei momenti più suggestivi del corteo è l’arrivo, spesso in tarda serata, degli Apostoli alla marina di Santo Cattolico: si fermano davanti al Crocefisso sito sulla banchina da quasi due secoli ed i confratelli intonano il “Ti adoro, o santa Croce” nel silenzio assoluto della piazza. Il canto maschio ed accorato si diffonde nella notte primaverile. Il Cristo in croce è rivolto verso levante, “ad orientem solem”; un brivido ti attraversa la schiena; il Crocefisso guarda oltre la notte spessa e profonda verso il sole che sorgerà, a simbolo del mondo nuovo che con la sua morte ha costruito per te, uomo intriso dello sterco di colpe e di peccato.

P.S. Si ringraziano per le notizie il cap. Pasquale Sabia ed il cap. Gabriele Scotto di Perta, priore dei “Turchini”

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3 commenti

  1. Il Dott.Retaggio

    ci racconta molto bene la nascita di questa Arciconfraternita e il contesto storico in cui si sono realizzate.

    E sono nate nel periodo più ” oscurantista ” della Chiesa e dei Papati di
    allora,dove ci si arrogava del Potere temporale,di poteri universali,facendosi essa stessa Chiesa dei poteri forti,e del diritto di vita e di morte.

    Mi domando se queste Confraternite classiste e settarie abbiano ancora oggi motivo per esistere,sono nate in un periodo buio per l’umanita,quando i Papi si consideravano Dio in terra,altro che umiltà e povertà.

    Secondo me ci vorrebbe un buon approfondimento di queste sette…

  2. Marianna Manini

    Complimenti per l’articolo:sempre molto chiaro e accurato nei dettagli. Spero che le tradizioni procidane rimangano inalterate e tutti i culti si conservano nella loro particolarità:e ogni volta che tornerò nella mia isola potrò assisterli con devozione.

  3. Le “Congreghe” come comunemente le chiamiamo sono nate per rispondere ad una esigenza di evangelizzazione legata ad un certo periodo storico, come gli ordini religiosi o i movimenti ecclesiali oggi per intenderci;
    è chiaro che per certi aspetti risentono del contesto storico perchè il mondo cambia in continuazione.
    Ma per avere una chiara idea di cosa sia la pietà popolare si può leggere ciò che dice in merito Papa Francesco in EG.

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