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Sant’ Alfonso a Procida per far ritrovare ai procidani la “febbre di Dio”.

congrega rossidi Giacomo Retaggio

Assistere ad alcune processioni religiose in quel di Procida è uno spettacolo per gli occhi ed un tempo  ancora di più. Oggi ti rendi conto che queste manifestazioni, che interessano tutta l’isola, sono ridotte praticamente solo a due: S. Michele, l’8 maggio, ed il “Corpus Domini”, a giugno. La peculiarità di questi eventi sta proprio nello sfilare di tutte e quattro le “congreghe”, obbligate a farlo trattandosi nel primo caso del protettore dell’isola e nel secondo di Nostro Signore. E ricordi che un tempo (fino a pochi decenni addietro) in occasione del “CorpusDomini” il corteo partiva dalla chiesa madre di S. Michele, a Terra Murata, sfilavano tutti i preti con le loro migliori “pianete” riccamente ricamate e decorate, preceduti da tutti i confratelli delle varie congreghe e dietro il popolo osannante in un tripudio di canti. Il profumo dell’incenso ti stordiva. Altri tempi, dirai tu! Oggi non è più così: è tutto più semplice e stringato. E’ più essenziale, ti dicono. E forse è meglio che sia così. Quello che oggi rimane, però, è lo sfilare delle Congreghe, unico residuo di un passato carico di storia e, nonostante tutto, duro a morire. E ti rendi che qualcuno, in preda ad un attacco di malintesa modernità,  a leggere queste cose storcerà il naso, ignorando che esse fanno parte della nostra identità di popolo e che la storia è “un coro che procede nei secoli e nessuna voce vi può risultare nuova se non accogliendo in sé le precedenti”. Le congreghe sfilano in ordine di anzianità di fondazione: per primi i “Gialli” di S. Michele, costituitisi a fine ‘800, poi i “Rossi”di S. Alfonso nati a metà ‘700, indi i “Turchini” seguiti dai “Bianchi” risalenti entrambi a metà ‘500. Tutti i confratelli sfilano processionalmente e la loro policromia costituisce un magnifico colpo d’occhio. Quelli che spiccano per il colore della “mozzetta” sono i confratelli  della congrega dei “Rossi”. Ma chi sono questi? E in che modo si inseriscono nel panorama composito e variegato delle congreghe procidane? Devi sapere subito che essi sono diversi dagli altri in quanto quella dei “Rossi” non può essere definita neanche una congrega vera e propria e per le finalità e per i comportamenti consigliati ai propri adepti. Il termine preciso di questa associazione è “Segreta” in quanto i suoi membri si riunivano la sera della domenica nella loro sede preso l’abbazia di S. Michele, dopo le ore venti. E già questo ti lascia un po’ perplesso: immagina una Procida del “700, di sera, di inverno, senza (o quasi) illuminazione stradale, le strade deserte e questi uomini che si avviano verso la Terra Murata. Prima di entrare nel locale, nei sotterranei della chiesa, ancora esistente ed in buono stato di conservazione, ogni confratello, fuori della porta, si metteva una fune al collo ed una corona di spine sul capo. “Entrati che sono recitano li fratelli divotamente l’uffizio dello spirito Santo”. Indi “entrato che sarà il Padre spirituale intona l’antifona e poi la litania della Beata Vergine a cui li fratelli rispondono divotamente con la faccia a terra”. Poi il padre legge dei brani della “Imitazione di Cristo” e invita alcuni confratelli ad esprimere delle considerazioni sull’argomento trattato. “Dopo questo li Fratelli si accusano pubblicamente le colpe commesse nella settimana e ne dimanderanno penitenza con umiltà ed intenzione di emendarsi”. “Poscia si leggeranno li fioretti e finalmente si farà la meditazione, ed in fine d’essa si farà la disciplina cantando il “Miserere”con l’orazione”. Considera che tutta questa liturgia si svolgeva a lume di candela,  ogni confratello aveva sullo scanno davanti a sé un teschio e durava quasi tutta la notte. Ti sembra di assistere ad una scena tratta da un romanzo di Dan  Brown! Ma chi ha fondato questa congrega detta dei “Rossi” sotto il titolo della Beata Vergine Addolorata? E’ stato S. Alfonso che mise piede a Procida una prima volta, non ancora sacerdote, nel 1725 insieme ad un gruppo di ecclesiastici per una “Missione” evangelizzatrice e redentrice rivolta al popolo isolano. La volta successiva, nel 1732, che sbarcò sull’isola diede vita all’interno della congrega dei “Turchini” ad una “Segreta”, detta dei “Rossi”dal colore della cappa indossata dagli adepti, sotto il titolo della B. V. Addolorata e sul modello dettato dai Gesuiti già presenti ed attivi in quel tempo a Procida. Ma in cosa si differenzia una “Segreta” da una comune “Congrega”? Innanzitutto, e qui S. Alfonso ( al di la di una liturgia esteriore legata necessariamente ai tempi) dimostra di essere assolutamente moderno e di precorrere quasi di tre secoli i tempi, la “Segreta” si rivolge agli umili ed alle persone comuni, mirando a diventare “asili di perfezione”, non pretende nessun contributo economico, “l’unico suo fine è servire, glorificare Dio, Maria e perfezionare l’anima propria”. Lo stesso S. Alfonso nel dare la regola alla “Segreta”procidana aveva stabilito che la direzione spirituale fosse affidata ad “un probo e zelante confessore i cui compiti fossero di carattere strettamente spirituali senza punto potersi ingerire nella temporalità della Congregazione”. E questo a metà del ‘700 è veramente di una modernità inaudita! D’altra parte non puoi ignorare che nella città di Napoli S. Alfonso aveva già istituito le “cappelle serotine”, vale a dire andava con i suoi fratelli nei tuguri e nei cortili della plebe napoletana per evangelizzarla ed istruirla. Il colto e poliedrico santo aveva già compreso, con quasi tre secoli di anticipo, che la Chiesa doveva  lasciare le sue roccaforti e scendere tra il popolo. Ma perché, ti chiederai, S. Alfonso nutriva questa particolare predilezione per Procida? Devi sapere che a metà’700 l’isola era un importante “porto di mare” del Mediterraneo con la sua corposa flottiglia ed i numerosi cantieri. Era un luogo di immigrazione di lavoratori provenienti dal sud- Italia di cui molti, poi, si accasarono a Procida. Ma questa grossa attività commerciale e cantieristica comportava anche delle conseguenze non sempre positive: la marina di “Sènt’Cò” era costellata di bettole e di case di malaffare che di sicuro non giovavano alla buona fama di Procida. Viceversa l’interno dell’isola era popolato da gruppi di famiglie che vivevano nell’ignoranza più assoluta, in una paurosa promiscuità di uomini, donne, bambini e bestie. Non esisteva alcun senso etico perché mancava quasi del tutto qualsiasi forma di cultura. E dire che il ‘700 è il “secolo dei lumi”! Ma questa “luce” stentava ( e di molto) a diffondersi. S. Alfonso, nella sua enorme preveggenza, si rese conto che l’isola, così come altre contrade e la stessa Napoli, era terra di missione e si diede da fare per migliorare “la tenuta morale del posto”. E lo fece con gli strumenti che aveva disposizione ai suoi tempi, vale a dire con l’istituzione di una “Segreta”(che non ha niente a che vedere con una loggia massonica!) per far ritrovare ai Procidani la “febbre di Dio”. Le missioni da lui condotte ebbero  oltre ad un grande contenuto morale anche un enorme valore sociale in un tempo in cui lo stato era nella fattispecie del tutto latitante. Appianò situazioni familiari confuse, risolse questioni legali, entro certi limiti risolse anche casi di mala giustizia ed altro. E scusate se è poco!…

P.S. Si ringrazia il cap. Peppino Righi, priore della Congrega dei Rossi, per le notizie fornite.

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2 commenti

  1. Caro Giacomo,
    dopo aver letto il tuo bellissimo articolo, mi è venuta spontanea una domanda: Riuscirebbe oggi, nella società che ci ritroviamo, un novello Sant’Alfonso a migliorare la tenuta morale della nostra isola? E l’istituzione di una Segreta, ai giorni d’oggi riuscirebbe ad infondere nei procidani la febbre di Dio? O sarebbe inutile l’uno e l’altra?

  2. Marianna Manini

    Complimenti per l’articolo. Mi dispiace che siano rimaste solo due processioni religiose. La ringrazio di ricordare cose che ormai si stanno dimenticando.Grazie ancora.

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