di Michele Romano
Nel conversare con un amico del mio borgo, docente della Scuola Primaria della Chiaiolella, viene fuori un quadro disarmante e sorprendente di bambini dai 6 ai 10 anni. In che cosa consiste questo stupore? Che un luogo apparentemente tranquillo e soporoso come il nostro quartiere rivela che all’alba dell’esistenza, questi virgulti hanno acquisito, come primo elemento formativo di base, espressioni ingiuriose, le così dette “parolacce”.
Il loro vissuto scolastico quotidiano si esplica tra una continua e incessante raffica di parolacce, di bestemmie, di pettegolezzi, in un oceano di turpiloquio, indistinto, tra maschi e femmine. Certamente, il degrado del comportamento, dei modi, del linguaggio, ha trovato le proprie radici nel forte indebolimento che, nella società italiana, ha assalito quelle istituzioni come la famiglia, la scuola, la chiesa, la politica, predisposte sia alla promozione strutturale della cultura sia ad indirizzare la disciplina sociale e relazionale delle persone. Il punto centrale da affrontare, per venire a capo della situazione, è duplice: l’approccio comunicativo, all’interno della casa, tra genitori e figli e, l’intreccio tra famiglia e scuola.