Conosci fin dall’infanzia, praticamente da sempre, la statua del Cristo morto eppure ogni qualvolta il tuo sguardo si sofferma su di essa, anche fugacemente, senti qualcosa nell’intimo. Ed ogni Procidano che sia tale dentro prova le stesse tue sensazioni. Perché? Ti chiedi. Poi rifletti che questa scultura, creata ormai quasi trecento anni addietro, è l’anima stessa di Procida ed ogni abitante di quest’isola la conserva gelosamente nel suo immaginario remoto e recente. Ed ogni padre la lascia in eredità ai figli come a voler creare un legame indissolubile tra le generazioni che si succedono. E’ una conoscenza che fai da piccolo e poi man mano crescendo si evolve, si matura, si stabilizza fino a diventare parte di te. E la sua immagine si affaccia prepotente alla tua mente allorché sei lontano dall’isola, navigante per i mari di questo mondo, specie in alcuni momenti, come il Venerdì Santo, quando sai che “il Cristo Morto” attraversa le vie di Procida tra due ali di folla. Ma da dove nasce il fascino di questa scultura? Forse dalla leggenda che la vuole opera di un carcerato rinchiuso nella casa di pena di Procida? Ricordi che da piccolo, quando la statua veniva trasportata in processione, tua nonna ti stringeva la mano e ti sussurrava: “Vedi, questa statua l’ha fatta un carcerato. E come è stato bravo!” E nella tua mente, come in quella di altri centinaia di bambini cui era stata detta la stessa cosa, si ingigantiva la figura di questo detenuto che, lì, nella penombra di una cella del carcere, sudando e forse bestemmiando, armato di scalpello e martello, ritraeva in un pezzo di legno le fattezze sofferenti del Cristo, forse ad immagine e somiglianza delle proprie.
Cosa rappresenta la processione del Venerdì santo per un procidano?
Di Giacomo Retaggio Domenica scorsa (delle Palme, per intenderci) presso la Congrega dei Turchini è stato presentato il libro di Paola Pisano ed Alberto Baldi “ Magnifici mirabili misteri”, squi(Libri) Editore. C’era un “parterre” di tutto rispetto composto da una folta presenza di “antropologi culturali” della Federico II. Le pareti della chiesa erano tappezzate di … Leggi tutto