La Corricella, i colori di Procida

corricelladi Giacomo Retaggio

Da dove e come la vuoi guardare la Corricella? Da qualunque punto e in qualsiasi modo tu fissi lo sguardo su di lei è sempre uno spettacolo forse unico al mondo. Dal mare ti appare come un luminoso e fantastico agglomerato di case multicolori inserito nel verde scuro del paesaggio ai lati. Dall’alto di Terra Murata e precisamente dal terrazzo dei cannoni borbonici, e più ancora dal tetto del convento di Santa Margherita, la cogli in tutto il suo splendore di forme e colori vividi da quadro impressionista ed hai la sensazione di toccarla con mano. E poi c’è un altro modo per godersela: scendere attraverso i gradoni che si dipartono dalla via di S. Rocco ed inoltrarsi nel suo ventre per viverla dall’interno ed assorbirne gli umori e le scansioni di vita. E forse quest’ultimo è il metodo migliore. Perché se la guardi da lontano o dall’alto puoi apprezzarne i colori e le forme , ma ti sfuggiranno le voci ed i ritmi del suo vivere quotidiano.

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Procida: La festa alla Cappella

cappella

cappelladi Giuseppe Ambrosino (Pauliello)

Stamattina, lasciando i campi rugiadosi di via Rivoli e immettendomi su via Solchiaro, dove il nascente Sole si annuncia dietro l’incombente sagoma dell’ospedale , uno scampanellìo familiare seguito da colpi di mortaio,  interrompe i miei pensieri di viandante mattiniero. E senza rimanerne sorpreso, ricordo che oggi 20 ottobre, penultima domenica del mese, è la festa alla “Cappella”.

La mancanza di sorpresa, da parte mia, è dovuta al fatto che tale ricorrenza, anche se non sia tra quelle più importanti dell’isola, fa parte della memoria ancestrale di chi, come me, in quel quartiere ci è nato e vissuto. Pertanto stamattina, l’annuncio festoso dell’antica campanella,  l’acre odore di zolfo degli “spari”, e l’immutato e penetrante profumo della natura autunnale  , mi riportano indietro nel tempo.  E nel ricordare le varie feste succedutesi negli anni, mi viene spontaneo   associare ad  ogni ricorrenza, qualche momento saliente della mia vita.

Prima di rappresentare tali momenti, però, voglio rivolgermi a chi non ha avuto la fortuna di nascere in questo  quartiere, e si domanda  che cosa sia la “Cappella”, dove si trovi e che cosa si festeggi.  E per esaudirlo attingo un po’ ai miei ricordi personali, un po’ a quanto mi hanno raccontato, e talora  a  qualche documento storico.

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Piazza dei Martiri, il cuore di Procida

piazza martiri2

piazza martiri2di Giacomo Retaggio

Questa piazza la puoi  considerare il cuore di Procida ed un tempo molto più di oggi. Incastonata nel vecchio e vero centro storico dell’isola, essa un tempo rappresentava il punto di aggregazione della vita sociale, politica e religiosa del paese. Ed anche sede di fole e di inciuci: nei giorni successivi alle impiccagioni del ’99 nelle sue bettole, nei suoi cortili e nelle sue case si favoleggiava da parte di alcuni che gli impiccati erano tornati. Qualcuno giurava di aver visto di notte la chiesa di S. Michele illuminata a festa con i tre preti giustiziati che celebravano una messa solenne al suono dell’organo e con gli altri impiccati che seguivano il rito. E la gente, impaurita, ci credeva. Forse nell’inconscio tentativo di esorcizzare la morte o nell’ingenuo tentativo di chiedere una qualsiasi forma di perdono per l’eccidio cui avevano partecipato. Oggi non è più così, anzi puoi dire che essa è andata incontro ad una progressiva perdita del suo ruolo, anche se rimane di un fascino e di una bellezza incomparabili. E’ come se, paga della storia e delle vicende di vita che l’hanno attraversata, si fosse ripiegata su se stessa alla ricerca di una propria tranquillità, lontana dai clamori di un tempo.

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Procida: Madonna delle Grazie e rosario in dialetto procidano

piazza martiri2

 piazza martiri2di Giacomo Retaggio
“Maronna re la Grazia
 Ca ‘n braccia  puorte grazia
 A Te vengo pe’ grazia
 Maria famme grazia.

Se passi al mattino presto durante il mese di luglio davanti la chiesa della Madonna delle Grazie il rosario in dialetto procidano che si diffonde dalle porte aperte ti colpisce con la sua infinita suggestione. E ti rapisce  la nenia  antica che affonda le sue radici nella notte dei tempi con le sue inflessioni greche come il canto di omeriche sirene. Il mese di luglio è dedicato alla Madonna delle Grazie. All’alba da tutta Procida la gente,  inerpicandosi  per la via di S. Rocco dalla Corricella o per via S. Leonardo, dalla Vigna, dal Vascello o dalla Spianata affluisce in chiesa per dar corpo ad un rito antichissimo. E questo per tutto il mese di luglio da tempo immemorabile. La luce del sole mattutino filtra violenta dalle vetrate colorate ed il canto delle donne si mescola alle voci ed ai rumori esterni dell’isola che si sveglia al nuovo giorno ed alle sue attività e viene recepito come un canto di auspicio perché tutto vada bene. Chissà come ci rimarrebbero il fruttivendolo, il tabaccaio, il farmacista, il barista, il pescivendolo e tutti quelli che lavorano o oziano nel fresco del mattino estivo di questa piazza se per una sola volta, in questo mese, non udissero il canto del Rosario!

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Procida: Piazza dei Martiri

piazza martiri2

piazza martiri2di Giacomo Retaggio

“Il condannato, trattenuto a stento dai militari, mentre il boia armeggiava intorno a lui, si manteneva con la faccia ostinatamente rivolta a terra come se volesse ignorare la folla furibonda. Allora da un balcone si è udito un grido di donna, acuto che sopravanzava il clamore: “ ‘U viso! ‘U viso!”. Lo voleva guardare in faccia il condannato! Il boia l’ha preso per i capelli e gli alzato la faccia verso la gente. E qui si è scatenato il putiferio: urla, invettive, sputi, grida di “giacobbe”,” mmerduso”, “schifuso”! E gli altri a fare il coro e a battere le mani”.(Dal libro “ ‘U viso! ‘U viso!” di Giacomo Retaggio) Ti fermi a guardare la piazza: è rimasta la stessa di oltre duecento anni fa. Chiudi gli occhi ed alla mente si para davanti la stessa scena di allora e vedi lo spiazzo gremito di folla urlante, gente affacciata che si protende dai balconi circostanti, donne con l’abito della festa, quello alla “procidana” con ricchi ricami in oro sulla seta di San leucio e vaporosi crespi intorno ai capelli. Tutti sono in preda ad una frenesia di sangue, ansiosi di assistere ad uno spettacolo di morte. Cosa spinge questa gente a godere per l’impiccagione di loro simili rimarrà per sempre un mistero. Che cosa è che trasforma una massa di oneste madri di famiglia, di laboriosi contadini e pescatori, di gente pacifica fino ad allora in una accozzaglia di complici di un assassinio, ebbra di sangue ed ansiosa di assistere alle contorsioni spasmodiche prima della morte degli impiccati? E rivedi con gli occhi della mente questa piazza quel primo giugno del 1799.

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Procida: Via del Castello

terra murata salita

terra murata salitadi Giacomo Retaggio

Lasciata Santa Margherita  torni sulla via principale, la via del Castello, quella costruita a fine ‘500 dal cardinale D’avalos, e costeggiando lo spaccio, le cucine e la caserma degli agenti di custodia, in totale degrado, inizi la ripida discesa verso il basso. Questa  strada basolata ha una forte pendenza e percorrerla in salita comporta una notevole fatica. E ti viene in mente la mattina del Venerdì Santo, quando alle prime luci o addirittura durante la notte, salgono verso la chiesa i ragazzi che trasportano a braccia i pesanti “misteri”. Hanno sul volto i segni della fatica. Ma è come se non la sentissero, tanta è in essi la gioia del partecipare a questa processione antica di oltre quattrocento anni e radicata fortemente nell’animo dei Procidani. La fatica  assume  in quelle ore un inconscio valore catartico. Il loro sguardo velato dallo sforzo  non si sofferma che fugacemente e senza alcuna contezza sullo splendido panorama che si stende ai lati della strada e giù, verso il basso, abbracciando tutta l’isola. Ma, forse, anche perché i Procidani sono talmente assuefatti a questa esplosione di colori e di forme del loro territorio da non farci più caso. Più tardi, verso le sei del mattino, dopo la fine della veglia di preghiera iniziata alle cinque nella Chiesa Nuova, vale a dire nella Congrega dei Turchini, salirà, sempre portata a spalle, la pesante statua del Cristo Morto che poi verrà trasportata in processione per tutta Procida. E ti rendi conto che questa volta non sono solo giovani a salire dietro il Cristo, ma persone di ogni età, di ogni condizione, uomini, donne, vecchi e bambini.

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Ritratto in rosa racconta la Pierini

ritratto in rosa 11

Da questa mattina, Domenica 7 luglio sarà in onda una nuova puntata di Ritratto in Rosa, la produzione firmata Isolaverde TV (www.isolaverdetv.com), che si propone di accendere, di puntata in puntata, i riflettori sui personaggi femminili più interessanti, sulle esperienze delle donne che hanno scritto e scrivono la storia della nostra comunità, grazie alla loro … Leggi tutto

Procida: Abbazia di San Michele

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giacomo retaggio procidano docdi Giacomo Retaggio

Ti inerpichi con fatica lungo la strada  frammisto a gruppi di turisti, quasi tu stesso turista in casa tua, forse per provare la sensazione di un impatto nuovo con una realtà che conosci da sempre, in una sorta di biblica  “salita al tempio”.Dopo diverse curve e successive salite sempre più aspre ti si para davanti la chiesa. E’ incastonata nelle costruzioni adiacenti, quasi anonima e scarna all’esterno e tu pensi che i turisti rimarranno delusi. Si entra per una porticina laterale in uno stanzone dove i forestieri vengono accolti da guide gentilissime e che si apre  su una ampia e lunga terrazza a picco sul mare. I turisti rimangono senza parole dalla meraviglia e tu pensi che anche questo è Procida: dietro una costruzione anonima e quasi modesta si aprono degli scenari che non immaginavi neanche esistessero. E il tuo pensiero va alle parole di Elsa Morante: “Le vie dell’isola  sono costeggiate da muri alti ed impenetrabili dietro cui si nascondono giardini imperiali”.  Dal terrazzo si scorge un mare azzurrissimo solcato da barche che lasciano una scia bianca. Di fronte la costa alta di Monte di Procida seguita dalla spiaggia di Miliscola, la massa cupa di Capo Miseno e poi Posillipo , via via fino a Napoli. Ancora più in là,  verso sud, il profilo sfumato della costiera sorrentina che sembra tendere la mano a Capri, quasi distaccata dal contesto nella sua aristocratica bellezza.

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E’ morto Foriforo. Un “soldato” filosofo

foriforo

foriforo

Stanotte all’improvviso, quando nessuno se l’aspettava,  si è congedato. Si è congedato da questa Terra, da questo  mondo, che non riconosceva più suo. E’ uscito in sordina da questa vita, che per lui non era mai stata benevola e che,  nonostante tutto,  lui aveva  sempre affrontata con serenità. Affrontata con quella rassegnazione atavica dell’uomo della terra, sempre  consapevole  che la terra ti concede da vivere se tu gli dedichi  fatica e sudore. Per lui  la vita è stata sempre  una guerra, a tal punto che lui si sentiva  un “ soldato”, un eterno soldato. Questo soldato rispondeva fino ad ieri al nome di Antonio Pelliccia, da tutti conosciuto come Foriforo.

Benché Foriforo fosse un grande lavoratore e  avesse combattuto per una vita intera, una vita lunga  85 anni, protagonista di  molteplici battaglie,battaglie di sopravvivenza soprattutto, alla fine  lui nella lotta  è risultato sempre  uno sconfitto. Sconfitto nel lavoro, sconfitto nell’amore, sconfitto nell’esistenza. Ma mai sconfitto nella vita, pur non essendo un eroe.  Lui amava la vita. Amava la vita perché  era contento di vivere. Perché la vita per lui, non era soltanto la sua vita, la vita per lui era la mamma, la famiglia, il suo primo amore non corrisposto ,erano gli altri. Per lui la vita era la speranza   di un mondo migliore. Un mondo dove trionfasse la giustizia, un mondo  dove venisse apprezzato il proprio lavoro, un mondo dove fosse corrisposto il proprio amore sincero per una donna, un mondo dove la Chiesa ascoltasse il grido disperato di un proprio figlio, un mondo dove la società, gli altri, il cosiddetto prossimo lo comprendesse, lo considerasse un uomo e non un derelitto. Ma questo mondo esisteva soltanto nella mente ingenua di Foriforo. Il suo grande desiderio di amore, la sua grande sete di giustizia, la sua fede innocente , non sono mai stati capiti dagli altri a tal punto che Foriforo è stato considerato un “matto”.

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