di Giuseppe Ambrosino di Bruttopilo
Un grido agghiacciante, all’improvviso, lacerò l’aria gelida di quel freddo pomeriggio di gennaio.
Al riparo di una “loggia” di fascine, lassù nella campagna di Solchiaro, si procedeva all’antico rito dell’uccisione del maiale.
La povera bestia, posta di traverso su un tino capovolto, alla prima coltellata, reagì con uno strattone, talmente violento, che i quattro uomini, che l’agguantavano ciascuno per una zampa, riuscirono a stento a trattenerla.
Ciro,” ‘u mpicciuso”, il proprietario del “porco”, rosso in viso, mentre attizzava il fuoco sotto il fusto dell’acqua bollente, inveiva come un ossesso contro il macellaio, accusandolo di non essere stato preciso nel centrare la vena del collo. Nel frattempo, bestemmiando, incitava i due giovani figli, a stringere con più forza la corda attorno alle zampe posteriori, e che stessero soprattutto attenti a qualche scalciata a tradimento.