Procida: Rivali in amore

maiale scannato

maiale scannatodi Giuseppe Ambrosino di Bruttopilo

Un grido agghiacciante, all’improvviso, lacerò l’aria gelida di quel freddo pomeriggio di gennaio.

Al riparo di una “loggia” di fascine, lassù nella campagna di Solchiaro, si procedeva all’antico rito dell’uccisione del maiale.

La povera bestia, posta di traverso su un tino capovolto, alla prima coltellata,  reagì con uno strattone, talmente violento, che i quattro uomini, che l’agguantavano ciascuno per una zampa, riuscirono a stento a trattenerla.

Ciro,” ‘u mpicciuso”, il proprietario del “porco”, rosso in viso, mentre attizzava il fuoco sotto il fusto dell’acqua bollente, inveiva  come un ossesso contro il macellaio, accusandolo di non essere stato preciso nel centrare la vena del collo. Nel frattempo, bestemmiando,  incitava i due giovani figli, a stringere con più forza  la corda attorno alle zampe posteriori, e che stessero soprattutto  attenti a qualche scalciata a tradimento.   

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Sant’ Alfonso a Procida per far ritrovare ai procidani la “febbre di Dio”.

congrega rossi

congrega rossidi Giacomo Retaggio

Assistere ad alcune processioni religiose in quel di Procida è uno spettacolo per gli occhi ed un tempo  ancora di più. Oggi ti rendi conto che queste manifestazioni, che interessano tutta l’isola, sono ridotte praticamente solo a due: S. Michele, l’8 maggio, ed il “Corpus Domini”, a giugno. La peculiarità di questi eventi sta proprio nello sfilare di tutte e quattro le “congreghe”, obbligate a farlo trattandosi nel primo caso del protettore dell’isola e nel secondo di Nostro Signore. E ricordi che un tempo (fino a pochi decenni addietro) in occasione del “CorpusDomini” il corteo partiva dalla chiesa madre di S. Michele, a Terra Murata, sfilavano tutti i preti con le loro migliori “pianete” riccamente ricamate e decorate, preceduti da tutti i confratelli delle varie congreghe e dietro il popolo osannante in un tripudio di canti. Il profumo dell’incenso ti stordiva. Altri tempi, dirai tu! Oggi non è più così: è tutto più semplice e stringato. E’ più essenziale, ti dicono. E forse è meglio che sia così. Quello che oggi rimane, però, è lo sfilare delle Congreghe, unico residuo di un passato carico di storia e, nonostante tutto, duro a morire. E ti rendi che qualcuno, in preda ad un attacco di malintesa modernità,  a leggere queste cose storcerà il naso, ignorando che esse fanno parte della nostra identità di popolo e che la storia è “un coro che procede nei secoli e nessuna voce vi può risultare nuova se non accogliendo in sé le precedenti”. Le congreghe sfilano in ordine di anzianità di fondazione: per primi i “Gialli” di S. Michele, costituitisi a fine ‘800, poi i “Rossi”di S. Alfonso nati a metà ‘700, indi i “Turchini” seguiti dai “Bianchi” risalenti entrambi a metà ‘500.

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Lo strano caso della signora Azz

lady azz

lady azzdi Franco Ambrosino

Una storia normale con qualche simpatico sorriso. Azz sono le prime tre lettere del cognome che identificano una signora dal portamento regale, imponente e sicuro come poche, deciso e determinato come si conviene a chi si trova nella sua situazione. Perché tutto si può dire, tranne che qualcuno possa approfittare impunemente di lei. Svolge un lavoro a contatto con il pubblico e lo fa con quel raro e prezioso senso del dovere che viene riconosciuto per esempio solo a coloro che della legalità hanno fatto il loro mestiere. Forse per lei e’ una missione o forse più, forse nulla di tutto ciò. Nel suo non fa distinzioni di età, giovani e vecchi, di sesso, uomini e donne, di razza, bianchi, neri o gialli per lei pari sono, di lingua, puoi anche non parlare la sua, ha modo di farsi capire, insomma una perfetta interprete del principio dell’uguaglianza formale e sostanziale. Già perché di fronte a lei tutti sono tenuti ad identificasi. Non ci sono scuse di tempo, anche se si arriva all’ultimo momento, di meteo , anche se fuori fa freddo, piove o fa la neve o c’è un sole che spacca le pietre, di salute, con tosse, raffreddore o voce fioca, di memoria, non ammette dimenticanze. Anche se si passa da lei tutti i giorni o più volte nella stessa giornata, dura lex, sed lex.

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Un uomo tradito

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bernaccadi Giuseppe Ambrosino di Bruttopilo

Fosse vissuto ai giorni nostri l’avremmo chiamato Bernacca. L’arte di prevedere il tempo era per lui una dote innata. Si chiamava Enrico d’Ignazio e visse a Procida nel secolo scorso . Di mestiere faceva il contadino. E i contadini di Solchiaro, la località dove possedeva un pezzo  di terra, lo consideravano  quasi uno stregone.

– Amma dumandà a Enrico d’Ignazio! – sostenevano prima di intraprendere qualsiasi opera in campagna.

Enrico era felice di rendersi utile e a qualsiasi ora era sempre disponibile.

Trascorreva l’intera giornata nel suo orto, e  anche i suoi frugali pasti li consumava lì sul posto. O sotto il fico all’esterno o nel piccolo vano, adiacente la cantina, dove aveva a disposizione anche il letto per i lunghi pomeriggi d’estate. Soltanto a sera inoltrata tornava  nella sua casa  in paese, dove ad attenderlo c’era la giovane moglie. Giovane ed anche bella.

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Procida: Il culto del S.S. Sacramento e la Confraternita dei Bianchi

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bianchi confraternitadi Giacomo Retaggio

Nel buio tiepido e silenzioso di una serata di fine marzo o di inizio aprile delle figure di uomini rivestite da un sacco bianco ed incappucciati percorrono con passo leggero, quasi inavvertibile, le stradine di Procida a distanza di una decina di metri l’una dall’altra. Portano una grossa croce nera su una spalla ed hanno due fori nel cappuccio per gli occhi. Camminano lentamente ed in silenzio, irriconoscibili ai più. Qualcuno, forse, lo puoi identificare dalla statura o dall’andatura che ti è nota, ma non oltre. E ricordi che da bambino scommettevi con i tuoi coetanei a chi riusciva a riconoscere qualcuno. Ma spesso ti sbagliavi. E’ la sera del Giovedì Santo e questi dodici uomini incappucciati, gli Apostoli, attraversano quasi tutta l’isola da centinaia di anni. E tu che li segui dal bordo della strada hai la sensazione di essere stato catapultato in un’atmosfera di sapore medievale, complici la vetustà degli edifici ai lati dai muri grigi ed in parte scrostati e la ristrettezza delle viuzze attraversate. A volte, una luna primaverile particolarmente luminosa sporge dal cielo attraverso la feritoia nel corpo degli alti palazzi ai lati della strada e inonda col suo chiarore questi uomini incappucciati che avanzano in silenzio, conferendo loro un aspetto quasi surreale. Quello che ti si para dinanzi la sera del Giovedì Santo, anche per te che ci sei abituato da sempre, è uno spettacolo, pur nella sua semplicità, di una suggestione infinita.

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La solitudine uccide … 2013, ultima sera dell’anno.

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solitudine anzianidi Giuseppe Ambrosino di Bruttopilo

Nel salone della casa di cura, dinanzi alla vetrata, Pasquale dopo aver fumato l’ultima sigaretta del giorno, ed anche ultima del pacchetto, accartoccia quest’ultimo stringendolo tra le mani.  E’ un metodo il suo,  per regolamentare il vizio. Ogni sera stringendo quel vuoto involucro, lui ricorda a se stesso di non aver sgarrato, convinto che un pacchetto al giorno gli tolga il medico di torno.

Ma certamente non gli toglie di torno l’infermiera. Questa, puntualmente ogni sera, si avvicina, gli sottrae quel  vuoto involucro, e gli ricorda che a pacchetto a pacchetto, lui sta mandando  in fumo la vita.

Pasquale, vecchio lupo di mare, puntualmente ogni sera, ascolta docilmente la ramanzina e non replica, pensando già al nuovo pacchetto che aprirà domani.

Stasera,  ultima dell’anno, contrariamente a tutte le sere  precedenti, l’anziano marittimo, si comporta in maniera strana. Non vuole assolutamente consegnare il pacchetto vuoto alla solerte operatrice.

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LIBRI: Essenza di vita

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libridi Michele Romano

Il progetto spazio-adolescenti, avviato quest’anno presso il distretto sanitario di Procida, sta suscitando un interesse che mette in evidenza delle problematiche, articolate ed acute, di questa importante e decisiva stagione della vita dell’uomo, dentro la nostra comunità. Tale iniziativa è riuscita a coinvolgere in questo percorso, così affascinante ed intrigante, la fonte primaria per ogni iter formativo ed educativo: la Scuola. Perché è importante questo coinvolgimento? La risposta sta nel fatto che una delle dimensioni essenziali di suddetta istituzione è quella di essere la sede naturale dove  i ragazzi vengono educati ad a far uscire fuori le loro potenzialità ed i loro talenti dandogli la possibilità di vivere tante espressioni di vitalità. Infatti, dalle esperienze in questo campo, ho incontrato adolescenti, lettori assidui e appassionati, capaci di descrivere la propria condizione, sviluppare progetti per il futuro e, a differenza degli adulti, non si lamentano e non lanciano accuse. Non provano tedio, i libri sono diventati per loro il filo di Arianna che li conduce a svelare quanti percorsi creativi, la vita offre per cui, non inseguono surrogati per organizzare una navigazione a mare aperto dei sogni.

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Il Cristo morto di Procida

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Cristo Mortodi Giacomo Retaggio

Conosci fin dall’infanzia, praticamente da sempre, la statua del Cristo morto eppure ogni qualvolta il tuo sguardo si sofferma su di essa, anche fugacemente, senti qualcosa nell’intimo. Ed ogni Procidano che sia tale dentro prova le stesse tue sensazioni. Perché? Ti chiedi. Poi rifletti che questa scultura, creata ormai quasi trecento anni addietro, è l’anima stessa di Procida ed ogni abitante di quest’isola la conserva gelosamente nel suo immaginario remoto e recente. Ed ogni padre la lascia in eredità ai figli come a voler creare un legame indissolubile tra le generazioni che si succedono. E’ una conoscenza che fai da piccolo e poi man mano crescendo si evolve, si matura, si stabilizza fino a diventare parte di te. E la sua immagine si affaccia prepotente alla tua mente allorché sei lontano dall’isola, navigante per i mari di questo mondo, specie in alcuni momenti, come il Venerdì Santo, quando sai che “il Cristo Morto” attraversa le vie di Procida tra due ali di folla. Ma da dove nasce il fascino di questa scultura? Forse dalla leggenda che la vuole opera di un carcerato rinchiuso nella casa di pena di Procida? Ricordi che da piccolo, quando la statua veniva trasportata in processione, tua nonna ti stringeva la mano e ti sussurrava: “Vedi, questa statua l’ha fatta un carcerato. E come è stato bravo!” E nella tua mente, come in quella di altri centinaia di bambini cui era stata detta la stessa cosa, si ingigantiva la figura di questo detenuto che, lì, nella penombra di una cella del carcere, sudando e forse bestemmiando, armato di scalpello e martello, ritraeva in un pezzo di legno le fattezze sofferenti del Cristo, forse ad immagine e somiglianza delle proprie.

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Procida Congrega dei Turchini: “La Chiesa nuova”

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congregadi Giacomo Retaggio

Per te che sei nato a Procida, figlio di Procidani e nipote di Procidani, profondamente radicato nel territorio, nella sua cultura e nelle sue tradizioni, la Congrega dei Turchini è più di un luogo di culto e di aggregazione: è una sorta di “genius loci”, uno dei “topoi” imprescindibili della vita isolana. E la tua mente corre inesorabilmente a quando da fanciullo tuo nonno ti conduceva con sé ( tuo padre non c’era: navigava per mesi ed anni) nella Congrega per cantare l’ “Ufficio”la domenica o il “Miserere” il mercoledì Santo. E tu trascorrevi lunghe ore ad annoiarti ed a lottare con il sonno mentre il canto rude in un latino storpiato dei confratelli ti faceva quasi da ninna nanna. E poi, dopo la fine della funzione, tutti andavano in sagrestia a bere un bicchiere di vino “ per schiarire la voce”, dicevano. E a te toccava qualche carezza della mano callosa del Priore e qualche biscotto. Adesso sei qua, in via Marcello Scotti, di fronte alla chiesa di S. Tommaso D’Aquino, sede della Congrega dei Turchini. Una voce di dentro ti dice di entrare.

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Procida: Callìa “cose belle”, una terrazza sul borgo di Corricella

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calliadi Giacomo Retaggio

Percorso il restante della via di S. Rocco ti vieni a trovare nello slargo di Callìa, ampio terrazzo sulla Corricella dal lato di sud- est, che puoi raggiungere attraverso una lunga scalinata a zig- zag, costruita alla fine degli anni quaranta del secolo scorso  al posto e lungo la montagna franata poco prima. E rifletti che quello delle frane a Procida è un problema serio: la roccia, tranne che in alcuni punti come Solchiaro, è quasi tutta di tipo sedimentario e quindi molto friabile. Il vento, la pioggia ed il mare fanno il resto. L’isola(e non è una panzana) si riduce sempre di più. Ti viene in mente ciò che spiegava ai propri allievi, carte e grafici alla mano, un docente di geologia della Federico II incontrato per caso, proprio ieri, nella piazza di “Sènt’Cò”: Procida nel giro dei prossimi cinque- seicento anni scomparirà! Un brivido ti ha attraversato la schiena. E come faremo? Ti sei chiesto. Poi hai riflettuto che tra cinque- seicento anni non ci sarai più tu, i tuoi figli, i tuoi nipoti ed anche i nipoti dei nipoti e chissà quanta altra gente ancora e ti sei rasserenato. Ma ti è venuta una voglia di godertela appieno quest’isola, adesso, in previsione della sua scomparsa. Sei a Callìa in questo momento: un altro nome di origine greca come a ribadire ancora una volta le radici elleniche di Procida e delle sue contrade. Callìa è il plurale neutro dell’aggettivo greco Kalòs e significa letteralmente “cose belle”.

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