La solitudine uccide … 2013, ultima sera dell’anno.

solitudine anziani

solitudine anzianidi Giuseppe Ambrosino di Bruttopilo

Nel salone della casa di cura, dinanzi alla vetrata, Pasquale dopo aver fumato l’ultima sigaretta del giorno, ed anche ultima del pacchetto, accartoccia quest’ultimo stringendolo tra le mani.  E’ un metodo il suo,  per regolamentare il vizio. Ogni sera stringendo quel vuoto involucro, lui ricorda a se stesso di non aver sgarrato, convinto che un pacchetto al giorno gli tolga il medico di torno.

Ma certamente non gli toglie di torno l’infermiera. Questa, puntualmente ogni sera, si avvicina, gli sottrae quel  vuoto involucro, e gli ricorda che a pacchetto a pacchetto, lui sta mandando  in fumo la vita.

Pasquale, vecchio lupo di mare, puntualmente ogni sera, ascolta docilmente la ramanzina e non replica, pensando già al nuovo pacchetto che aprirà domani.

Stasera,  ultima dell’anno, contrariamente a tutte le sere  precedenti, l’anziano marittimo, si comporta in maniera strana. Non vuole assolutamente consegnare il pacchetto vuoto alla solerte operatrice.

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La Corricella, i colori di Procida

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corricelladi Giacomo Retaggio

Da dove e come la vuoi guardare la Corricella? Da qualunque punto e in qualsiasi modo tu fissi lo sguardo su di lei è sempre uno spettacolo forse unico al mondo. Dal mare ti appare come un luminoso e fantastico agglomerato di case multicolori inserito nel verde scuro del paesaggio ai lati. Dall’alto di Terra Murata e precisamente dal terrazzo dei cannoni borbonici, e più ancora dal tetto del convento di Santa Margherita, la cogli in tutto il suo splendore di forme e colori vividi da quadro impressionista ed hai la sensazione di toccarla con mano. E poi c’è un altro modo per godersela: scendere attraverso i gradoni che si dipartono dalla via di S. Rocco ed inoltrarsi nel suo ventre per viverla dall’interno ed assorbirne gli umori e le scansioni di vita. E forse quest’ultimo è il metodo migliore. Perché se la guardi da lontano o dall’alto puoi apprezzarne i colori e le forme , ma ti sfuggiranno le voci ed i ritmi del suo vivere quotidiano.

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Procida: La festa alla Cappella

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cappelladi Giuseppe Ambrosino (Pauliello)

Stamattina, lasciando i campi rugiadosi di via Rivoli e immettendomi su via Solchiaro, dove il nascente Sole si annuncia dietro l’incombente sagoma dell’ospedale , uno scampanellìo familiare seguito da colpi di mortaio,  interrompe i miei pensieri di viandante mattiniero. E senza rimanerne sorpreso, ricordo che oggi 20 ottobre, penultima domenica del mese, è la festa alla “Cappella”.

La mancanza di sorpresa, da parte mia, è dovuta al fatto che tale ricorrenza, anche se non sia tra quelle più importanti dell’isola, fa parte della memoria ancestrale di chi, come me, in quel quartiere ci è nato e vissuto. Pertanto stamattina, l’annuncio festoso dell’antica campanella,  l’acre odore di zolfo degli “spari”, e l’immutato e penetrante profumo della natura autunnale  , mi riportano indietro nel tempo.  E nel ricordare le varie feste succedutesi negli anni, mi viene spontaneo   associare ad  ogni ricorrenza, qualche momento saliente della mia vita.

Prima di rappresentare tali momenti, però, voglio rivolgermi a chi non ha avuto la fortuna di nascere in questo  quartiere, e si domanda  che cosa sia la “Cappella”, dove si trovi e che cosa si festeggi.  E per esaudirlo attingo un po’ ai miei ricordi personali, un po’ a quanto mi hanno raccontato, e talora  a  qualche documento storico.

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Procida: Via del Castello

terra murata salita

terra murata salitadi Giacomo Retaggio

Lasciata Santa Margherita  torni sulla via principale, la via del Castello, quella costruita a fine ‘500 dal cardinale D’avalos, e costeggiando lo spaccio, le cucine e la caserma degli agenti di custodia, in totale degrado, inizi la ripida discesa verso il basso. Questa  strada basolata ha una forte pendenza e percorrerla in salita comporta una notevole fatica. E ti viene in mente la mattina del Venerdì Santo, quando alle prime luci o addirittura durante la notte, salgono verso la chiesa i ragazzi che trasportano a braccia i pesanti “misteri”. Hanno sul volto i segni della fatica. Ma è come se non la sentissero, tanta è in essi la gioia del partecipare a questa processione antica di oltre quattrocento anni e radicata fortemente nell’animo dei Procidani. La fatica  assume  in quelle ore un inconscio valore catartico. Il loro sguardo velato dallo sforzo  non si sofferma che fugacemente e senza alcuna contezza sullo splendido panorama che si stende ai lati della strada e giù, verso il basso, abbracciando tutta l’isola. Ma, forse, anche perché i Procidani sono talmente assuefatti a questa esplosione di colori e di forme del loro territorio da non farci più caso. Più tardi, verso le sei del mattino, dopo la fine della veglia di preghiera iniziata alle cinque nella Chiesa Nuova, vale a dire nella Congrega dei Turchini, salirà, sempre portata a spalle, la pesante statua del Cristo Morto che poi verrà trasportata in processione per tutta Procida. E ti rendi conto che questa volta non sono solo giovani a salire dietro il Cristo, ma persone di ogni età, di ogni condizione, uomini, donne, vecchi e bambini.

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Procida: Il mare e la vita

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peppino pauliedddi Giuseppe Ambrosino di Bruttopilo

Era il 28 luglio del 1965 e quella mattina dovevo recarmi a Napoli per conoscere l’esito del mio esame di maturità. La sera precedente, intanto, i miei amici mi avevano proposto una bella giornata al mare, se il tempo lo avesse permesso.

E quella mattina si presentò una giornata stupenda  con un mare calmissimo.

E tra i miei amici c’era anche Francesca , la ragazza con cui simpatizzavo.

Non ebbi esitazioni. Difronte a quel meraviglioso spettacolo che mi offriva la natura e  pensando alle occasioni che  avrei perso, decisi di  rimandare ad altro giorno la conoscenza del risultato  dei miei esami  e mi trattenni a Procida.

Lontanamente immaginavo,  nel fare tale scelta, che  quel giorno uguale a tanti altri,  sarebbe stato per me una giornata particolare, da ricordare per tutta la vita, per  il tragico evento che si verificò e che ebbe come protagonista il mare.

Una volta deciso di non andare a Napoli, mi detti da fare per scovare i miei amici.

E  nell’intento dovetti andare casa per casa, perché nessuno di loro all’epoca possedeva il telefono.

Ci ritrovammo in cinque, io,  Egidio ,Rocco, Liberina e Francesca e  fummo tutti d’accordo per un’escursione a Punta Solchiaro.

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Ritratto in rosa racconta la Pierini

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Da questa mattina, Domenica 7 luglio sarà in onda una nuova puntata di Ritratto in Rosa, la produzione firmata Isolaverde TV (www.isolaverdetv.com), che si propone di accendere, di puntata in puntata, i riflettori sui personaggi femminili più interessanti, sulle esperienze delle donne che hanno scritto e scrivono la storia della nostra comunità, grazie alla loro … Leggi tutto

E’ morto Foriforo. Un “soldato” filosofo

foriforo

foriforo

Stanotte all’improvviso, quando nessuno se l’aspettava,  si è congedato. Si è congedato da questa Terra, da questo  mondo, che non riconosceva più suo. E’ uscito in sordina da questa vita, che per lui non era mai stata benevola e che,  nonostante tutto,  lui aveva  sempre affrontata con serenità. Affrontata con quella rassegnazione atavica dell’uomo della terra, sempre  consapevole  che la terra ti concede da vivere se tu gli dedichi  fatica e sudore. Per lui  la vita è stata sempre  una guerra, a tal punto che lui si sentiva  un “ soldato”, un eterno soldato. Questo soldato rispondeva fino ad ieri al nome di Antonio Pelliccia, da tutti conosciuto come Foriforo.

Benché Foriforo fosse un grande lavoratore e  avesse combattuto per una vita intera, una vita lunga  85 anni, protagonista di  molteplici battaglie,battaglie di sopravvivenza soprattutto, alla fine  lui nella lotta  è risultato sempre  uno sconfitto. Sconfitto nel lavoro, sconfitto nell’amore, sconfitto nell’esistenza. Ma mai sconfitto nella vita, pur non essendo un eroe.  Lui amava la vita. Amava la vita perché  era contento di vivere. Perché la vita per lui, non era soltanto la sua vita, la vita per lui era la mamma, la famiglia, il suo primo amore non corrisposto ,erano gli altri. Per lui la vita era la speranza   di un mondo migliore. Un mondo dove trionfasse la giustizia, un mondo  dove venisse apprezzato il proprio lavoro, un mondo dove fosse corrisposto il proprio amore sincero per una donna, un mondo dove la Chiesa ascoltasse il grido disperato di un proprio figlio, un mondo dove la società, gli altri, il cosiddetto prossimo lo comprendesse, lo considerasse un uomo e non un derelitto. Ma questo mondo esisteva soltanto nella mente ingenua di Foriforo. Il suo grande desiderio di amore, la sua grande sete di giustizia, la sua fede innocente , non sono mai stati capiti dagli altri a tal punto che Foriforo è stato considerato un “matto”.

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Procida. C’era una volta un bue e un asinello

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peppino pauliedddi Giuseppe Ambrosino di Bruttopilo (Pauliello)

Ogni anno nella preparazione del presepio, oltre ai pastori, ai re magi e alla stella cometa era naturale, quasi indispensabile porre  accanto alla mangiatoia dove era adagiato Gesù Bambino,  un bue e un asinello. Si diceva che il bue e l’asinello rappresentassero l’umiltà e la potenza. Certamente entrambi rappresentavano la  semplicità di una stalla, che voleva significare la povertà del luogo di nascita del Signore.

Il nonno diceva che i due animali erano importanti perché con il loro alito avessero riscaldato l’ ignudo bambinello deposto sulla semplice  paglia.

I vangeli non hanno mai  parlato  né del bue né dell’asinello. Soltanto un falso vangelo di Matteo parlava di tale presenza. Ma visto che se ne parla da sempre, la presenza del bue e dell’asinello nel presepio è diventata irrinunciabile. Ora il papa Benedetto XVI ha scritto un libro sulla nascita di Gesù e  ha detto  chiaro e tondo che il bue e l’asinello non erano per niente presenti nella stalla della natività. Con tutto il rispetto per il  Papa, che ha studiato teologia e certamente conosce meglio di noi le sacre scritture, e poi è infallibile, noi continueremo a mettere  nel presepio il bue e l’asinello, soltanto per una semplice tradizione.

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